di Antonio Murzio
C’è un italiano “dimenticato” nel carcere della contea di Ventura, stato della California, negli Usa. Dimenticato da tutti, tranne che dalla sua compagna italiana, che si batte perché venga riconosciuta la sua innocenza. Carlo Parlanti, 40 anni, è in cella da due anni con l’accusa di violenze sessuali ai danni della sua ex convivente americana, Rebecca White. A difenderlo, con tutte le sue forze, è la sua fidanzata italiana, Katia Anedda, che crede nella sua innocenza e da due anni, da quando Carlo fu arrestato a Dusseldorf, in Germania, in forza di un mandato di cattura internazionale, si batte perché questa venga dimostrata. Parlanti (da sette mesi affetto da tubercolosi contratta proprio nel carcere americano nel quale è rinchiuso) rischia quindici anni di reclusione. Il verdetto definitivo è previsto per il 7 aprile.
“Quest’incubo è cominciato il 18 luglio del 2002″, racconta Katia Anedda, “quando la White, allora convivente di Carlo, denunciò di essere stata picchiata, trascinata per i capelli in camera da letto, e dopo essere stata legata, costretta a subire violenza sessuale dalle 9 alle 2.30 del mattino”. Il fatto, secondo la denuncia della donna americana, sarebbe accaduto il 29 giugno.
“La denuncia della White”, prosegue Katia, “scatta però solo dopo che Carlo le aveva chiesto di troncare la loro relazione e di lasciare la casa in cui vivevano, e rientra in Italia. Carlo è rimasto per due anni all’oscuro della denuncia presentata contro di lui, fino a quando è stato arrestato all’aeroporto di Dusseldorf ed estradato negli Usa”.
“Essendo stato emesso il mandato di cattura internazionale quando Parlanti era residente in Italia, egli avrebbe dovuto, in base alla nostra legge, essere arrestato e processato nel nostro Paese”, cita il codice il trentatrenne penalista romano Gianluca Arrighi. Il battagliero avvocato della capitale ha cominciato a studiare gli incartamenti del processo Parlanti da alcune settimane e ha deciso di affiancare in patrocinio gratuito Katia Anedda, fino ad ora ’spremuta’ da due avvocati americani e uno berlinese per oltre 150 mila euro. Parcelle che l’hanno portata a indebitarsi fino al collo, tanto, come dice lei stessa a Gente, “da prendere in seria considerazione l’ipotesi di rivolgermi agli usurai”. “Intanto”, confessa senza falsi pudori, “aspetto da un giorno all’altro di essere protestata”.
Ma l’Anedda non si arrende e tiene un diario della prigionia del suo uomo sul sito internet http://www.carloparlanti.it/, attorno al quale è riuscita a coagulare l’attenzione di molti italiani che credono nell’innocenza di Carlo. Chi non raccoglie i suoi appelli sono le istituzioni, nonostante le numerose lettere e suppliche: “E’ preoccupante il disinteresse manifestato dalle istituzioni italiane per questa drammatica vicenda giudiziaria e umana”, dice l’pavvocato Arrighi, che, dopo la lettura degli atti del processo, afferma con sicurezza: “Le incongruenze sono molte. Gli elementi d’accusa a carico di Parlanti sono tutti racchiusi in due testimonianze ed in una fotografia della persona che lui avrebbe violentato. Nell’immagine si vede però soltanto un braccio con un livido di pochi centimetri all’altezza del gomito.”
E mentre Katia denuncia il sottofondo di razzismo che sta caratterizzando la vicenda (“Uno dei punti più sottolineati nell’arringa dell’accusa,è il fatto che a Carlo piaccia il buon vino “come a molti italiani”), l’avvocato Arrighi conclude: “Per ora possiamo soltanto augurarci che il giudice si renda conto delle enormità finora commesse. I passaggi successivi, in caso di una lunga condanna, possono essere solo correlati ad una possibile estradizione. La battaglia, comunque, è lunga e difficile”.
Postato in: GENTE (settimanale Hachette-Rusconi)