di Antonio Murzio
Campobasso, maggio – “Ho fallito”, continua a ripetere con gli occhi lucidi Dario Saccomanni, mentre si aggira nelle stanze deserte dell’associazione “Città futura”. Qui, al quarto piano di una vecchia palazzina che si affaccia sul carcere, lavorava Angelo Izzo, uno dei massacratori del Circeo, accusato ora del feroce duplice omicidio di Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, moglie e figlia di un pentito della mafia pugliese.
Dopo che il giudice di sorveglianza di Palermo aveva accolto la sua istanza, ogni mattina Izzo lasciava la sua cella, attraversava la strada che separa il penitenziario dalla sede dell’associazione e prendeva il suo posto di responsabile dello sportello di primo ascolto.
“I suoi interlocutori erano tutti i disagiati sociali che si rivolgono alla nostra associazione per avere un aiuto”, spiega Saccomanni, che nella vita privata è un pastore della Chiesa evangelica.
“Chi meglio di una persona che aveva vissuto l’esperienza di Angelo, poteva rappresentare l’esempio della possibilità di rifarsi un’esistenza?”, dice ancora Saccomanni che definisce Izzo, “una persona splendida, gentile, cordiale e disponibile”.
E’ nella sede di “Città futura” che Izzo ha conosciuto i giovani molisani che lo hanno aiutato ad occultare i cadaveri delle due donne in una fossa scavata dinanzi ad una villetta di campagna, poco fuori Campobasso.
Luca Palaia, un passato da tossicodipendente, svolgeva attività di volontariato a “Città futura” e divideva l’ufficio con Izzo; Guido Palladino, ventiseienne, è il titolare di una piccola impresa di software, la Unidos, con sede, fino a qualche tempo, nella stessa palazzina che ospita l’associazione.
Spesso Izzo scendeva fino al primo piano, nella redazione di un mensile locale. “Insieme si andava al bar - spiega il direttore Vincenzo Cimmino - e con Angelo si parlava di tutto. Non ho mai sentito uscire dalla sua bocca una volgarità. Era una persona affabile, disponibile, gioviale. Conoscevo benissimo la sua storia e l’unica “contromisura” da me adottata era quella di tenerlo il più possibile lontano dalla nostra redazione, composta in gran parte da donne. Ricordo quello che mi disse una volta: “Io dentro mi sento ancora un ragazzo, come vuoi che mi piacciano le donne della mia età?”.
Poi Cimmino mostra due lettere consegnategli a mano da Izzo qualche giorno prima del suo arresto per il duplice omicidio. Nella prima il boia del Circeo affronta una questione d’interesse locale, nella seconda critica il sistema penitenziario italiano e propone di aprire “le nostre frontiere, accogliendo fraternamente i nostri migranti”, perché “ci porteranno solo benessere, vivacità, apertura mentale e tutti i colori del mondo”.
Il testo integrale delle due lettere, scritte con grafìa minuscola e infantile su fogli di quaderno di color rosa, sarà pubblicato integralmente sul periodico molisano a fine mese. Ma le parole scritte da Izzo non sembrano contenere, secondo gli inquirenti, messaggi cifrati che possano spiegare il nuovo terribile omicidio.
Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, moglie e figlio di un esponente della Sacra Corona Unita, la cosiddetta quarta mafia, dopo il pentimento del capofamiglia, vivevano a Gambatesa, paese di milleottocento abitanti al confine tra Molise e Puglia.
Abitavano in una modestissima abitazione dalla quale avevano recentemente subito lo sfratto. Erano in cerca di una nuova casa, e la cercavano possibilmente a Campobasso. Per questo si erano rivolte all’associazione dove Izzo lavorava.
Izzo, che in passato aveva diviso la cella con Giovanni Maiorano, marito e padre delle vittime, era stato anche visto nel febbraio scorso a Gambatesa. “Una volta”, racconta una compagna di scuola, “Valentina, appena lo vide, si rifugiò in casa”.
Un altro episodio inquietante viene raccontato dai vicini di casa: “Rientrando a casa, madre e figlia trovarono la porta d’ingresso forzata”.
La moglie del boss pugliese non disponeva di un’auto. Per andare a Campobasso utilizzava l’autobus. L’ultima corsa, quella senza ritorno, la madre e Valentina l’hanno fatta mercoledì 27 aprile. I loro ultimi momenti di vita li ha raccontati in lacrime davanti ai giudici Luca Palaia: “Mentre io tenevo bloccata la madre sotto la minaccia della pistola, Angelo si è chiuso in stanza con la ragazzina. E’ uscito dopo circa mezz’ora e Valentina era già morta. Poi Izzo ha ucciso la madre soffocandola con un sacchetto di plastica. Abbiamo poi infilato i due cadaveri in sacchi di immondizia e poi le abbiamo seppellite nella buca scavata nella villa di Palladino”. “Quella buca è stata ricoperta poi con la calce per evitare che il fetore della decomposizione potesse attirare animali o destare sospetti”, ha proseguito Palaia, che nei giorni precedenti all’omicidio aveva acquistato sacchi di calce in un negozio di Campobasso.
Le ipotesi investigative sono due: ma mentre perde quota l’ipotesi della violenza carnale (esclusa anche dall’autopsia sul corpo di Valentina), si rafforza l’ipotesi che Izzo, colpendo il pentito, avrebbe ottenuto dalla Sacra Corona l’aiuto per una nuova fuga dal carcere (in passato era già evaso). Un documento con una sua foto recente e una falsa identità era già pronto.
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