Gianfranco, campione italiano di lavoro precario (GENTE n. 15/2006))

da Brindisi Antonio Murzio

Correva l’anno 1970. Il sogno dell’undicenne Gianfranco Cagnazzo era quello di fare il calciatore. E guardando in televisione le immagini di Mazzola e Rivera, che si alternavano in azzurro nella staffetta dei mondiali di Mexico 70, pensava a chissà cosa avrebbe dato, lui, per essere in campo anche solo quarantacinque minuti. A trentasei anni di distanza, a Gianfranco, che nel frattempo è stato un discreto calciatore, anche di serie C, l’occasione di giocare l’equivalente di un solo tempo l’hanno offerta. Ma a proporglielo non è stata una blasonata società calcistica. Quarantacinque minuti è stato l’orario di lavoro che a lui, e ad altre sei persone, è stato offerto a partire dal primo gennaio di quest’anno, per continuare a fare quello che Cagnazzo faceva da oltre vent’anni: l’addetto alle pulizie nell’Arsenale militare di Brindisi. In pratica, l’operaio salentino, oggi 47enne, avrebbe dovuto lavorare, ogni giorno, per un tempo perfino inferiore a quello che serve per coprire il percorso da casa sua al posto di lavoro. Per una paga di poco più di 5 euro, naturalmente lordi, che a fine mese gli avrebbero consentito di portare a casa uno stipendio, netto in busta, di circa 80 euro, assegni familiari compresi. «Non mi sarei pagato neppure le suole delle scarpe», commenta amaro Cagnazzo, che, suo malgrado, è adesso assurto al simbolo di quella flessibilità del lavoro che per alcuni rappresenta la panacea contro la disoccupazione.
«Così anch’io sarei capace di creare milioni di nuovi posti di lavoro», ironizza. E oggi mantiene la famiglia (due figli di 22 e 20 anni) grazie a qualcosa messo da parte in passato. E per le spese di tutti i giorni, si provvede con lo stipendio della moglie Emira, un anno più giovane di lui.  Lei, in famiglia, è la “fortunata”: il suo orario di lavoro, come inserviente in una mensa scolastica, è di due ore. E ha ereditato una casa, per cui, «grazie al cielo», non ci sono mutuo o affitto da pagare. La spesa, intanto, la si fa «inseguendo le offerte, di supermercato in supermercato». Niente auto, di vacanze nemmeno a parlarne, «unico svago consentito la tv».
«Sembrerà un’assurdità ma io rispetto ad altri colleghi a cui è stata fatta la proposta dei 45 minuti di lavoro, sono fortunato. C’è chi ha figli piccoli e vive in casa in affitto. E magari si arrabatta andando a pesca e vendendo quel poco che riesce a tirare su», dice Gianfranco. Lui, che in tasca ha un diploma da ragioniere, intanto si arrangia come può: «La sera, alle undici, io e un altro mio ex compagno di lavoro andiamo a fare le pulizie in una palestra».
E sarebbe anche disposto a lasciare Brindisi, dove trovare lavoro, alla sua età, diventa impossibile: «Non ho potuto nemmeno presentare la domanda alla società britannica che gestirà il rigassificatore: sono ormai fuori quota», dice.
Lui e gli altri quattro che hanno rifiutato la proposta della cooperativa che si è aggiudicata i lavori di pulizia nell’Arsenale, un piccolo regalo l’hanno fatto. A lavorare, e a spartirsi il monte ore disponibile, ora sono i due colleghi rimasti: grazie alla rinuncia di Cagnazzo e degli altri, possono lavorare ognuno due ore e mezza al giorno. Paga: quindici euro, naturalmente lordi.
«Il Ministero della Difesa ha tagliato i fondi per gli Arsenali di Brindisi e Taranto», spiega Bobo Aprile, sindacalista dei Cobas di Brindisi, che sta seguendo la vertenza di Gianfranco, «e la cooperativa subentrata al precedente appaltatore ha pensato alla soluzione di dividere il monte ore complessivo per il numero dei lavoratori, giusto per non scontentare nessuno. Con il risultato di partorire una proposta indecente, offensiva della dignità umana, prima ancora di quella professionale di una qualsiasi persona», aggiunge il sindacalista.
«Quando ho comunicato la notizia in casa», ricorda intanto Cagnazzo, «insieme con mia moglie e i ragazzi non sapevamo se dovevamo ridere, pensando ad uno scherzo, o piangere per quello che ci stava accadendo. Quando ci siamo resi conto che anche ammalarsi, da quel giorno, in casa nostra sarebbe diventato un lusso da evitare, bè, potete immaginare il nostro stato d’animo».
«L’alternativa possibile», aggiunge, «era di piegare la testa e accettare, oppure di denunciare quanto accadeva, mettendoci la faccia. E siccome per via dei miei trascorsi sportivi e del mio impegno nel mondo calcistico minore, che continua tutt’oggi, a Brindisi sono abbastanza conosciuto, ho deciso di espormi io in prima persona, ben sapendo quello che sarebbe successo: attirare le critiche, anche di persone molto vicine, puntualmente piovutemi addosso dopo che la storia è stata resa pubblica. Ma, intanto, non si può continuare sempre e soltanto a subìre e a piegare la schiena: sono vittima di un mercato del lavoro dove si arriva all’assurdità di proporre un orario di quarantacinque minuti, e a vergognarmi dovrei essere io? Dovevo starmene buono e zitto? E perché mai? C’è qualcosa di male a pretendere di voler continuare a lavorare senza che venga calpestata la propria dignità di uomo, di padre, di marito?».

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