Napoli, maggio – “The show must go on”, lo spettacolo deve andare avanti. Per tutti gli artisti è la regola aurea: qualsiasi cosa accada nella sfera privata, non si annulla una esibizione. C’è il pubblico in sala, si alzi il sipario. Per le lacrime rimane l’intimità del camerino.
Mercoledì 4 maggio è toccato a Dario Fo. Andare in scena al Teatro Augusteo di Napoli il giorno dopo la tragica morte del suocero di suo figlio Jacopo. Calcare il palcoscenico a poche centinaia di metri dalla banca nella centralissima via Toledo dove due balordi, il giorno prima, hanno visto l’ingegnere Emilio Albanese, 69 anni, prelevare 3200 euro. E dopo averlo seguito, rapinato e ucciso nell’androne di casa, in un palazzo che affaccia sull’Accademia delle Belle Arti.
Dario Fo ha voluto andare così. Perché, per il 79enne premio Nobel italiano, l’arte è inscindibile dall’impegno sociale. Così, anche nella tragedia che lo ha duramente colpito per la perdita di un “amico”, ha trovato la forza per gridare ai napoletani di non arrendersi.
“Guai a lasciarsi andare” – ha detto il regista e attore al pubblico che gremiva l’”Augusteo”, dove era stato invitato per festeggiare i trent’anni di una formazione folk, “Le nacchere rosse”. “Guai a dimenticare” – ha detto Fo, riprendendo proprio le parole di una sua conversazione con il consuocero ingegnere – “e a non indignarsi. Guai ad accettare la logica che le cose sono così e non possono cambiare”.
Nella città partenopea il regista si dice oggi “pronto a ritornare in ogni momento”.
Quando l’ingegner Albanese, padre di sette figli, è andato all’appuntamento con la morte, Dario Fo si trovava già a Napoli, per lo spettacolo in cui si sarebbe esibito con numerosi amici musicisti. Tutti insieme per un omaggio a Salvatore Alfonso, detto “Scià Scià”, vera anima delle “Nacchere rosse”, una formazione nata nel comprensorio operaio di Pomigliano d’Arco negli anni Settanta.
Appresa la notizia della tragica rapina, sono stati i musicisti i primi a chiedere a Fo di annullare l’appuntamento dell’”Augusteo”. “Ho recitato quando è morta mia madre, vado in scena anche adesso”, è stata la risposta del grande drammaturgo. Tra canti nei vari dialetti italiani e le sue emissioni vocali caotiche (i famosi grammelot), Fo ha trovato il tempo per dedicare un pensiero ad un’altra “mazzata” (così aveva definito anche l’uccisione dell’ingegner Albanese), arrivata nello stesso giorno: la chiusura definitiva del processo, senza colpevoli, per la strage di Piazza Fontana. Al termine dello spettacolo un ragazzo si è avvicinato per chiedergli un autografo sul copione di “Morte accidentale di un anarchico”, la sua opera del 1970 sul caso Pinelli, il ferroviere misteriosamente “caduto” dalla finestra della questura milanese durante le prime indagini sulla bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura. Fo ha trovato il tempo per una delle sue fulminee e graffianti battute: “Non si sa da che pianeta è arrivata questa bomba!”. Poi ha raggiunto il camerino. Tolti gli abiti di scena, ha indossato il suo completo di lino beige chiaro e con l’inconfondibile panama calato sulla testa ha risalito a piedi via Toledo, seguito a passo d’uomo da una volante della polizia. L’artista si era fatto da parte. Al suo posto, un distinto signore che il mattino dopo avrebbe partecipato ai funerali di un caro amico. Anche Franca, sua moglie, era a Napoli. La signora Rame, compagna nella vita e nel lavoro del “maestro”, era atterrata in mattinata all’aeroporto di Capodichino. Per la prima volta ha avuto paura di Napoli. “E’ una città dove vengo da una vita ma questa volta ho sentito addosso la morte e il terrore”, ha detto. Anche Franca Rame era molto amica del padre di Eleonora, che ricorda come “una persona fragile, un uomo minuto e mite”. Prima di infilarsi nel portone di via Costantinopoli, dove vive la famiglia Albanese, ha sperato: “Aspetto di svegliarmi e scoprire che non è vero niente”. Poi, alla speranza, è subentrata la consapevolezza della perdita: “E invece so che il mio amico è morto solo perché aveva dei soldi in tasca”.
Per Jacopo, il figlio della coppia Fo-Rame, l’omicidio del suocero è stata l’occasione per denunciare: “Il problema non è Napoli. Credo nelle persone, comincino con il contestare che non c’è certezza del diritto. Le leggi sembrano studiate apposta per non funzionare. Come può uno prendersela con i napoletani che se vedono qualcosa non parlano? Il giorno dopo sarebbero morti che camminano!”.
Parole che hanno trovato un’amara conferma nell’esperienza vissuta nelle stesse ore da un altro artista, il tenore cileno Tito Beltran. A Napoli per il “Rigoletto” in cartellone al teatro “San Carlo”, l’artista sudamericano è stato rapinato in un ristorante che si trova in una stradina a ridosso di via Toledo. Mentre i rapinatori, a volto coperto e armi in pugno, gli portavano via un Rolex d’acciaio del valore di quarantamila euro, nel ristorante, proprietario, camerieri e pizzaiolo svanivano nel nulla. Beltran è tornato il giorno dopo per chiedere perché non avessero chiamato la polizia. “Voi turisti andate via da Napoli, noi invece ci rimaniamo e se qui non obbediamo ci incendiano il locale”, gli ha risposto il proprietario del ristorante.
Beltran, che vive in Svezia, è il tenore delle cerimonie per la consegna dei premi Nobel. Cantò anche quando quello per la letteratura fu assegnato nel 1997 a Dario Fo. I destini dei due artisti si sono di nuovo incrociati. Beltran, però, a differenza di Fo, ha detto che non tornerà mai più a Napoli.
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