SALUTI DA CORLEONE (Gente n. 18/2006)

saluti da corleone

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da Corleone (Palermo)
Antonio Murzio

“Come tutte le cose umane la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine”. Giovanni Falcone, il magistrato che per primo, grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta, squarciò il velo dei segreti sull’organizzazione di Cosa Nostra, non perdeva occasione per ripeterlo. Oggi l’arresto di Bernardo Provenzano non scrive ancora la parola fine, ma la cattura del capo dei capi, dopo 43 anni di latitanza, sicuramente chiude un periodo della storia della criminalità organizzata di stampo mafioso in Sicilia. Una storia snodatasi per oltre cinquant’anni, che ha coinciso con un mezzo secolo di predominio della famiglia dei corleonesi. Mezzo secolo in cui al vertice di Cosa Nostra si sono succeduti personaggi nati e cresciuti nel “paese delle cento chiese” che oggi è meta di un triste pellegrinaggio dell’orrore sui luoghi che hanno visto compiersi in sequenza le gesta del dottor Michele Navarra prima, di Luciano Leggio e del suo braccio destro Totò Riina poi, e in ultimo del “fantasma”, non si sa ancora quanto invisibile, Bernardo Provenzano. Per cinquant’anni hanno comandato i “viddani” di Corleone, i “campagnoli”, come venivano definiti con sprezzo da quelle famiglie mafiose di Palermo che avrebbero poi ceduto lo scettro del comando alla forza e alla prepotenza sanguinaria dei corleonesi. Un’era mafiosa che ha toccato l’apice dell’orrore con la stagione delle stragi, dei mille morti ammazzati, dei bambini torturati e sciolti nell’acido, quando al vertice della Cupola sedeva Totò “u curt”. Con l’arresto di Riina (1993), è Provenzano che diventa il boss dei boss e il suo governo, durato tredici anni, è stato all’insegna del basso profilo mediatico e del volare alto negli affari: appalti, lavori pubblici, assunzioni. Cose che la gente, in virtù del principio che se di un fatto non se ne ha notizia, quel fatto non è mai accaduto, ha imparato, per convenienza o per paura, ad ignorare. Tutte le attività dell’epoca dello “zi Binnu”, si sono svolte senza il rumore sordo dei colpi di pistola, senza chili di plastico fatti esplodere sotto le auto dei magistrati, senza le sventagliate di mitragliette di fabbricazione sovietica. Il risultato è che il silenzio imposto della mafia sembra quasi che sia riuscito a zittire anche la voglia di riscatto dei siciliani onesti, che rimangono comunque la stragrande maggioranza, a spegnere quella tensione ideale che seguì alle stragi di Capaci e di via D’Amelio.
“Tredici anni di pax mafiosa hanno addormentato le coscienze”, dice Dino Paternostro, segretario della Cgil di Corleone e direttore della rivista on line “Città nuove”. Nel paese di Provenzano, dove l’amministrazione comunale ha deciso di proclamare l’11 aprile giorno di festa, Paternostro, al quale i mafiosi hanno bruciato l’auto il 28 gennaio scorso, è rimasta una delle poche voci che si leva apertamente contro la mafia. Certo, ci sono i ragazzi delle cooperative che coltivano i terreni confiscati a Riina, ma l’atteggiamento più diffuso è ancora quello di deferenza verso i mafiosi. Così può capitare di sentirsi proiettati all’indietro nel tempo, sul set del “Giorno della civetta”, quando in un assolato e caldo primo pomeriggio, nel cimitero del paese, vicino alla tomba di Luciano Leggio, il custode, dispiaciuto, afferma: “Di mio zio, del fratello di mia madre, però, nessuno ne parla…”. L’uomo si lamenta dell’oblio in cui è caduto il suo parente, al quale, è la sua personalissima opinione, un posto nella storia del paese spetterebbe di diritto. Anzi, con una battuta fin troppo ovvia, il posto spettante sarebbe più esatto definirlo d’onore: perché lo zio “illustre”, i meriti storici che non ha visto ancora riconosciuti, sono l’essere stato un mafioso, uomo d’onore, appunto, e soprattutto essere stato come un fratello per Luciano Leggio”.
“Ma poi questa mafia cos’è? Non esiste…” sostiene con veemenza un ragazzo, che partecipa al capannello formatosi nel camposanto. Lui, 26 anni, è il più giovane dei tre fratelli Ruggirello, che nel proprio bar, nel centro di Corleone, servono l’Amaro del padrino, di propria ricetta e produzione.
“Noi abbiamo sfruttato imprenditorialmente l’etichetta che hanno affibbiato al nostro paese, scherzandoci su…”, dice, “che male c’è?”
Si può scherzare su centinaia di morti ammazzati e di persone sciolte nell’acido? Le parole, a volte, possono riuscire più macabre del luogo in cui vengono pronunciate: “Da picciotto, è normale, Provenzano doveva farsi largo, ma poi che fastidio ha dato? Anzi…”. Per lui lo zi Binnu, qualcuno deve averlo necessariamente “venduto agli sbirri, sennò e quando lo pijau…”.
Di tutt’altro avviso Paternostro, per il quale la cattura di Provenzano “è solo il risultato di una brillante azione di polizia”. Il sindacalista racconta di due vertenze che la Camera del lavoro di Corleone ultimamente sta seguendo: una riguarda la ditta che ha l’appalto della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, che secondo la Cgil, li stocca anche in siti abusivi. L’altra è quella dei lavoratori di un pastificio che commercializza proprio i prodotti delle cooperative antimafia. Da sette mesi i lavoratori non percepivano lo stipendio. Ma Paternostro tiene a precisare: “Mi piacerebbe che i giornali mettessero in risalto i contorni in chiaroscuro di Corleone, che non ha dato solo i natali a Leggio e agli altri mafiosi ma anche al sindacalista Placido Rizzotto, grande organizzatore delle lotte dei braccianti e a Bernardino Verro, primo sindaco socialista di inizio Novecento”. Il chiaro. Lo scuro è che entrambi sono stati uccisi dalla mafia, e del primo non sono mai stati ritrovati neppure i resti.
Antonio Murzio

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