di Antonio Murzio
Catania – I film da incubo puoi vederli al cinema o in televisione. A Salvatore Grasso, cinquantatre anni, siciliano di Riposto, in provincia di Catania, è capitato di finirci dentro. Esattamente la sera del 13 agosto del 1986, quando in Germania, in una zona boscosa nei pressi di un’autostrada che porta a Colonia, venne ritrovato il corpo di Salvatore Calì, un emigrante siciliano, ucciso a colpi di pistola. Da quell’incubo Salvatore Grasso si è potuto risvegliare solo a diciotto anni di distanza grazie ad una lettera arrivatagli nel carcere di Brucoli, in provincia di Siracusa, dove ha trascorso, rinchiuso, gli ultimi undici anni della sua esistenza. La missiva, a firma di Agatino Di Bella, conteneva poche parole: “Ti chiedo scusa se non ho parlato prima, ma tu e Iuculano Cunga siete innocenti e sono disposto a dirlo ai giudici…”.
Di Bella, Grasso e Francesco Iuculano Cunga, tre isolani emigrati in Germania negli anni Ottanta, erano stati, fino all’ arrivo di quella lettera, considerati colpevoli in ugual misura dell’omicidio Calì e per questo condannati.
Per Salvatore Grasso le porte del carcere si sono riaperte il 2 febbraio scorso. Fuori, ad attenderlo, il fratello Carmelo che in macchina lo ha accompagnato a Giarre, a casa della madre Maria, 77 anni.
Ad aspettarlo non c’erano i suoi due figli. Non potevano. Sono morti entrambi, il più grande mentre loro padre, innocente, scontava la pena definitiva a ventisei anni di carcere, inflittagli dopo cinque gradi di giudizio e il vano tentativo di protestare la propria innocenza alla corte europea dei diritti umani. A Strasburgo il ricorso fu rigettato per decorrenza dei termini.
Rosario, a 24 anni, si è suicidato con l’ossido di carbonio. E Grasso considera questo suo figlio una vittima indiretta dell’ingiustizia: “Non ha retto alla vergogna, ed è lui che ha pagato il prezzo più alto.” Un altro figlio diciassettenne morì di aneurisma. Entrambi erano il frutto di un matrimonio non fortunato dell’ex agente immobiliare, con alcuni anni di brillanti studi di giurisprudenza alle spalle.
“Un uomo mite, una persona sana che comunque non appare rabbiosa contro la vita che finora gli ha tolto proprio tutto”, dice all’indomani della scarcerazione l’avvocato Dina D’Angelo, difensore, insieme al collega Puccio Forestiere, di Salvatore Grasso.
La giovane penalista di Augusta sottolinea come il suo assistito “costituendosi al carcere di Brucoli, undici anni, fa, ha preferito percorrere la strada della giustizia. Avrebbe potuto rimanere latitante ma ha scelto di non essere braccato, di percorrere la strada più giusta per un uomo rispettoso di tutte le leggi”.
E’ stata la fede di Grasso nella giustizia, incrollabile nonostante quello che gli stava accadendo, che lo ha spinto ad andare avanti. La fede in Dio lo ha sostenuto nei momenti più bui: “La morte violenta di mio figlio è stato uno strazio e io non mi sono impiccato solo perché sono credente”.
In carcere ha imparato ad usare bene il computer ed alcuni programmi. Se ne è servito per realizzare un cd-rom in cui è contenuta tutta la sua vicenda giudiziaria, oltre alla sua storia personale: “Conoscevo una ragazza tedesca e ho vissuto un po’ con lei. Quando ad un tratto mi sono ritrovato coinvolto nel delitto del mio amico Giovanni. Ma io ero in un’altra città quella sera, come ha ripetuto ai giudici di Messina il teste.”
“Quel cd”, dice il fratello di Grasso, Carmelo, “ora è agli atti processuali. Mio fratello conta di prepararne un altro quando tutto sarà finito. Di più non posso dire, c’è ancora il procedimento di revisione in corso e per rispetto dei giudici, aspettiamo il 28 febbraio. Inutile cantare vittoria adesso.”
La cautele non sono solo sue. Dice l’avvocato D’Angelo: “La difesa, che naturalmente ha molto a cuore l’esito finale, rispetterà comunque tutte le decisioni della Corte”.
La data indicata dal fratello del protagonista di questa storia è quella in cui i giudici della Corte d’appello di Messina, su mandato della Cassazione, potranno finalmente scrivere la parola fine all’incubo di Salvatore Grasso. L’assoluzione è quasi certa, visti gli elementi nel frattempo acquisiti dalla difesa.
Finalmente la testimonianza di Paolo Samperi, il teste indicato dallo stesso Grasso nel suo cd-rom, sarà rivalutata alla luce della confessione resa nella lettera dal vero colpevole dell’omicidio. Samperi, anche lui all’epoca emigrato in Germania, la sera dell’omicidio parlò al telefono prima con la vittima, poi con Salvatore Grasso e l’altro imputato, Iuculano Cunga. Il numero di telefono della vittima e quelli di questi ultimi due corrispondevano ad utenze telefoniche di due città tedesche. Quelle città distavano tra loro duecento chilometri. Una distanza impossibile da coprire nell’arco di tempo tra l’orario della conversazione, verificabile dai tabulati della società telefonica e quella dell’omicidio, stabilita con precisione dall’autopsia sul cadavere di Calì.
Il testimone chiave è stato rintracciato grazie al caparbio e paziente lavoro svolto dai difensori. Racconta ancora l’avvocato D’Angelo: “Samperi si era fatto avanti in un primo momento solo attraverso i familiari, poi finalmente si è deciso a parlare”.
La testimonianza è stata resa ai giudici di Messina, che nel fascicolo processuale di Salvatore Grasso adesso hanno anche la lettera che lo scagiona definitivamente.
All’uscita dal carcere l’ex immobiliarista, che adesso sogna solo davanti ad un computer, ha rilasciato le prime e uniche dichiarazioni sulla sua vicenda. “Non so dove ho trovato la forza di continuare a credere nella giustizia. Però, continuo a crederci. Anche se ho capito a mie spese che il giudice è solo un uomo e bisogna avere la fortuna di trovarne uno capace di rispondere alla propria coscienza. Gli atti di un processo sono sempre gli stessi solo che ogni volta sono stati interpretati in modo diverso. E’ stata una roulette in cui ho perduto un pezzo di vita e un figlio che nessuno potrà mai restituirmi.”. Poi attorno a lui si è creato un muro di protezione, eretto per volontà degli avvocati, a guardia del quale c’è il fratello Carmelo.
Perché dietro l’angolo, anche per Salvatore Grasso c’è il futuro: “Ho realizzato al computer la sigla di un telegiornale, spero magari di venderla ad una tv privata siciliana”, dice a chi gli chiede cosa l’aspetta domani.
“Tornerà piano piano a vivere anche se non sarà facile – dice ancora Dina D’Angelo, l’avvocato difensore, la cui sensibilità verso il caso umano di Grasso e il dramma del figlio suicida, sembra acuita da una recente maternità.
L’unico commento appena sopra le righe sfugge al fratello Carmelo quando dice: “Aspettiamo il 28 febbraio, dopo ci sarà da divertirsi”, risponendo alla domanda su cosa accadrà quando Salvatore sarà finalmente riconosciuto innocente e definitivamente scagionato.
Quel giorno i titoli di coda dell’incredibile film da incubo vissuto da protagonista da Salvatore Grasso scorreranno in un’aula del tribunale di Messina. Ma al cinema e in televisione una pellicola dura solo centoventi minuti. La tragedia di quest’uomo è durata diciotto anni, e al termine della storia non ci saranno applausi e standing ovation.
Rimarrà solo il rimpianto per la sua vita annullata e il rimorso per quella distrutta di un ragazzo di ventiquattro anni. Soffocato, prima ancora che dal gas di scarico della sua auto, dalla vergogna per un padre in carcere. Innocente.
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