Napoli, il grido di Fo (OGGI)

Napoli, maggio – “The show must go on”, lo spettacolo deve andare avanti. Per tutti gli artisti è la regola aurea: qualsiasi cosa accada nella sfera privata, non si annulla una esibizione. C’è il pubblico in sala, si alzi il sipario. Per le lacrime rimane l’intimità del camerino.
Mercoledì 4 maggio è toccato a Dario Fo. Andare in scena al Teatro Augusteo di Napoli il giorno dopo la tragica morte del suocero di suo figlio Jacopo. Calcare il palcoscenico a poche centinaia di metri dalla banca nella centralissima via Toledo dove due balordi, il giorno prima, hanno visto l’ingegnere Emilio Albanese, 69 anni, prelevare 3200 euro. E dopo averlo seguito, rapinato e ucciso nell’androne di casa, in un palazzo che affaccia sull’Accademia delle Belle Arti.
Dario Fo ha voluto andare così. Perché, per il 79enne premio Nobel italiano, l’arte è inscindibile dall’impegno sociale. Così, anche nella tragedia che lo ha duramente colpito per la perdita di un “amico”, ha trovato la forza per gridare ai napoletani di non arrendersi.
“Guai a lasciarsi andare” – ha detto il regista e attore al pubblico che gremiva l’”Augusteo”, dove era stato invitato per festeggiare i trent’anni di una formazione folk, “Le nacchere rosse”. “Guai a dimenticare” – ha detto Fo, riprendendo proprio le parole di una sua conversazione con il consuocero ingegnere – “e a non indignarsi. Guai ad accettare la logica che le cose sono così e non possono cambiare”.
Nella città partenopea il regista si dice oggi “pronto a ritornare in ogni momento”.
Quando l’ingegner Albanese, padre di sette figli, è andato all’appuntamento con la morte, Dario Fo si trovava già a Napoli, per lo spettacolo in cui si sarebbe esibito con numerosi amici musicisti. Tutti insieme per un omaggio a Salvatore Alfonso, detto “Scià Scià”, vera anima delle “Nacchere rosse”, una formazione nata nel comprensorio operaio di Pomigliano d’Arco negli anni Settanta.
Appresa la notizia della tragica rapina, sono stati i musicisti i primi a chiedere a Fo di annullare l’appuntamento dell’”Augusteo”. “Ho recitato quando è morta mia madre, vado in scena anche adesso”, è stata la risposta del grande drammaturgo. Tra canti nei vari dialetti italiani e le sue emissioni vocali caotiche (i famosi grammelot), Fo ha trovato il tempo per dedicare un pensiero ad un’altra “mazzata” (così aveva definito anche l’uccisione dell’ingegner Albanese), arrivata nello stesso giorno: la chiusura definitiva del processo, senza colpevoli, per la strage di Piazza Fontana. Al termine dello spettacolo un ragazzo si è avvicinato per chiedergli un autografo sul copione di “Morte accidentale di un anarchico”, la sua opera del 1970 sul caso Pinelli, il ferroviere misteriosamente “caduto” dalla finestra della questura milanese durante le prime indagini sulla bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura. Fo ha trovato il tempo per una delle sue fulminee e graffianti battute: “Non si sa da che pianeta è arrivata questa bomba!”. Poi ha raggiunto il camerino. Tolti gli abiti di scena, ha indossato il suo completo di lino beige chiaro e con l’inconfondibile panama calato sulla testa ha risalito a piedi via Toledo, seguito a passo d’uomo da una volante della polizia. L’artista si era fatto da parte. Al suo posto, un distinto signore che il mattino dopo avrebbe partecipato ai funerali di un caro amico. Anche Franca, sua moglie, era a Napoli. La signora Rame, compagna nella vita e nel lavoro del “maestro”, era atterrata in mattinata all’aeroporto di Capodichino. Per la prima volta ha avuto paura di Napoli. “E’ una città dove vengo da una vita ma questa volta ho sentito addosso la morte e il terrore”, ha detto. Anche Franca Rame era molto amica del padre di Eleonora, che ricorda come “una persona fragile, un uomo minuto e mite”. Prima di infilarsi nel portone di via Costantinopoli, dove vive la famiglia Albanese, ha sperato: “Aspetto di svegliarmi e scoprire che non è vero niente”. Poi, alla speranza, è subentrata la consapevolezza della perdita: “E invece so che il mio amico è morto solo perché aveva dei soldi in tasca”.
Per Jacopo, il figlio della coppia Fo-Rame, l’omicidio del suocero è stata l’occasione per denunciare: “Il problema non è Napoli. Credo nelle persone, comincino con il contestare che non c’è certezza del diritto. Le leggi sembrano studiate apposta per non funzionare. Come può uno prendersela con i napoletani che se vedono qualcosa non parlano? Il giorno dopo sarebbero morti che camminano!”.
Parole che hanno trovato un’amara conferma nell’esperienza vissuta nelle stesse ore da un altro artista, il tenore cileno Tito Beltran. A Napoli per il “Rigoletto” in cartellone al teatro “San Carlo”, l’artista sudamericano è stato rapinato in un ristorante che si trova in una stradina  a ridosso di via Toledo. Mentre i rapinatori, a volto coperto e armi in pugno, gli portavano via un Rolex d’acciaio del valore di quarantamila euro, nel ristorante, proprietario, camerieri e pizzaiolo svanivano nel nulla. Beltran è tornato il giorno dopo per chiedere perché non avessero chiamato la polizia. “Voi turisti andate via da Napoli, noi invece ci rimaniamo e se qui non obbediamo ci incendiano il locale”, gli ha risposto il proprietario del ristorante.
Beltran, che vive in Svezia, è il tenore delle cerimonie per la consegna dei premi Nobel. Cantò anche quando quello per la letteratura fu assegnato nel 1997 a Dario Fo. I destini dei due artisti si sono di nuovo incrociati. Beltran, però, a differenza di Fo, ha detto che non tornerà mai più a Napoli.

Il tesoro di Capitan Ciccio (OGGI)

di Antonio Murzio

Mazara del Vallo (Trapani), maggio – Se chiedi a capitan Ciccio in che giorno le reti del suo peschereccio issarono a bordo la statua, lui ti risponde: “Il giorno di Lucio Dalla, il 4 marzo”. Ma nella canzone Dalla può riferire solo dicerie sul “bell’uomo che veniva dal mare”. Francesco Adragna, per tutti “Capitan Ciccio”, invece, il 4 marzo del 1998 il suo “bell’uomo”, nelle fattezze bronzee di un Satiro danzante del IV secolo a.C., se l’é trovato faccia a faccia. Un incontro che solo ora, a distanza di sette anni, si può dire fortunato per il cinquantenne pescatore mazarese. Insieme agli otto uomini del suo equipaggio di allora, finalmente capitan Ciccio riceverà dalla Regione una ricompensa. L’annuncio é stato dato dall’assessore regionale ai beni culturali della Sicilia, Alessandro Pagano. A Mazara per l’inaugurazione della mostra “Aspettando il Satiro” (la statua originale é attualmente in trasferta in Giappone per l’Expo 2005), Pagano ha anticipato ai microfoni dell’emittente mazarese Teleotto l’entità del premio. Agli autori del ritrovamento spetteranno tra i quattro e i cinque milioni di euro, in base al valore attribuito da un perito alla statua, che fu ripescata a sessanta miglia al largo di Mazara in  acque internazionali. Per la divisione del premio, é deciso, i marinai rispetteranno il codice del “pescato”: all’armatore del “Capitan Ciccio”, Toni Scilla, andrà il cinquanta per cento; ad Adragna, in qualità di capitano, la metà dell’altro cinquanta per cento; il resto del premio sarà diviso tra i membri dell’equipaggio in proporzione al “grado” (nostromo, macchinista, ecc.). Dall’annuncio ad oggi, la vita di capitan Ciccio Adragna, che solca i mari da quando aveva quindici anni, non è cambiata. E non cambierà, almeno nelle sue intenzioni. “Quando l’assessore Pagano ha parlato in televisione - dice – io ero a pesca e, fino a quando non vedo il decreto, rimango cauto. La notizia l’ho appresa solo dai giornali, non ho ancora ricevuto nessuna comunicazione ufficiale”. Capitan Ciccio ora ha una sua società e un suo peschereccio, battezzato “Prassìtele”, in onore di uno scultore greco dello stesso periodo del Satiro. Nel porto nuovo, dove il suo motopesca è attraccato, qualche vecchio collega ne pronuncia il nome sbagliando l’accento. Lui, che a scuola c’è andato solo fino alla terza media, subito lo corregge. Se gli chiedi, intanto, cosa farà con un milione e duecentocinquantamila euro - a tanto ammonta all’incirca la sua parte di ricompensa – serafico minimizza: “Una crociera con mia moglie. Una settimana sul Mediterraneo, per festeggiare i venticinque anni di matrimonio”. Altra priorità, le figlie da sistemare. “Ho tre ragazze, di 23, 20 e 18 anni: le prima è parrucchiera, la seconda fa l’estetista, la più piccola intende continuare gli studi”, spiega. Il suo racconto viene interrotto dalla chiamata sul cellulare proprio di una delle figlie. “Mi ha chiesto di portare per pranzo un chilo di vongole - riporta divertito dopo aver chiuso il telefono -, ma dico io: con quattro femmine in casa sempre ’sto fesso si deve preoccupare di comprare il pesce?” Sbaglia, però, chi pensa che il suo buonumore si debba alla notizia della maxi ricompensa. Capitan Ciccio, raccontano a Mazara, è uno che sin da ragazzino, ai tempi in cui faceva il mozzo di bordo, è sempre stato gioviale e disponibile con tutti. E proprio a lui, che nella pacifica marineria da pesca ha trascorso l’intera esistenza, è toccato combattere a terra una lunga battaglia legale. Lui e gli altri pescatori da una parte, la Regione Sicilia dall’altra. Per l’ente, che inizialmente negava addirittura il diritto alla ricompensa, il valore della statua si sarebbe dovuto fissare ad un miliardo e settecento milioni delle vecchie lire, molto meno dei circa dieci miliardi ora stimati. Nel corso di questi anni non sono mancati per Adragna alcuni momenti difficili: “Sono stato anche indagato”, racconta. “Dopo il ripescaggio del Satiro, mi si volevano attribuire intenzioni che non ho mai avuto, come quella di vendere la statua a collezionisti privati. Per fortuna - cita in dialetto un proverbio siciliano – “aria pulita non ha paura che tuoni”: così io ho sempre avuto la coscienza a posto”. “Quando l’equipaggio imbragò nelle reti il Satiro” - capitan Ciccio rivive con enfasi quei momenti - “io ero alla radio, a scambiare chiacchiere con il comandante di un’altra imbarcazione. Mi precipitai fuori dalla cabina, richiamato dalle grida dei miei uomini. Ricordo la statua, piena di fango, che pian piano riemergeva dalle acque. Il Satiro veniva su, sembrava mi guardasse. Un anno prima, nel 1997, avevamo recuperato solo la gamba, finalmente ritrovavamo il resto. Avvertire via radio la Capitaneria di Porto fu la prima cosa che feci”. A Mazara, in seguito, al Satiro è stato dedicato un museo. Oggi é possibile anche per i non vedenti apprezzare l’opera, grazie ad un apposito percorso dotato di pannelli in alfabeto Braille. Una copia in dimensioni reali del bronzo può essere usufruita col tatto. Una scelta molto apprezzata da Capitan Ciccio, che è diventato l’eroe di questa cittadina dell’estremo lembo occidentale della Sicilia. Un eroe a volte dimenticato: “Quando il Satiro fu esposto a Montecitorio, nel suo discorso inaugurale il presidente Ciampi ringraziò tutti tranne noi pescatori. Allora presi carta e penna, gli scrissi una lettera e la spedii al Quirinale. So che è arrivata a destinazione perché mi sono informato tramite le Poste. Mai ricevuto una risposta, però. Niente, nemmeno un rigo. Sono infuriato per questo: si può dire?” Ad Adragna e al suo equipaggio si deve anche il ritrovamento di un altro reperto bronzeo, una zampa d’elefante, conservata nel Museo del Satiro. Ma non è nelle intenzioni di capitan Ciccio dedicarsi a tempo pieno alla ricerca di tesori sottomarini. “I fondali del Canale di Sicilia sono un vero forziere e spesso nelle reti usate per la pesca a strascico, insieme a gamberi, seppie, triglie e merluzzi, tiriamo su pezzi di anfore”, spiega, “e questo per noi pescatori è normale”. Poi chiosa: “Ma di qui a scrivere, come qualcuno ha fatto, che sarei pronto a nuove avventure ce ne passa. E chi sono, capitan Findus?”.

Suor Cristina, filo diretto con il Papa (OGGI)

di Antonio Murzio

Angri (Salerno), giugno
Suor Maria Cristina Marinelli ha pianto ancora. Ma almeno questa volta le sue non sono state lacrime di dolore per un male incurabile che ormai la costringe su una sedia a rotelle. La religiosa, 44 anni, origini pugliesi, nella sua cella del convento delle Battistine, ha pianto come una bambina quando ha ricevuto il regalo più bello ed inaspettato che potesse arrivarle: una telefonata di papa Benedetto XVI. Il Santo Padre le parlava dal cellulare che Emilio Testa, un grande amico di suor Maria Cristina, era riuscito a passare al Pontefice durante l’udienza generale di mercoledì 15 giugno, infrangendo il rigido protocollo vaticano che impone telefonini spenti alla presenza del Papa.
Ma Emilio Testa, prossimo ai cinquanta, disabile dall’età di diciassette anni dopo un tuffo fatale in piscina, ad Angri è conosciuto da sempre per la sua determinazione e la sua forza d’animo. Moglie e due figli, è stato per quattordici anni assessore comunale ai servizi sociali ed ancora oggi è consigliere comunale. La sua immagine mentre passa il telefonino a Papa Ratzinger passerà alla storia: le riprese televisive hanno fatto il giro del mondo e, dopo la sua sortita, è sicuro che d’ora in poi in Vaticano saranno intensificati i controlli per evitare il moltiplicarsi di fedeli che cercano di passare chiamate al successore di Giovanni Paolo II.
Il giorno dopo, Emilio si è recato a trovare suor Maria Cristina, ancora a letto con una febbre molto alta che la sta debilitando più dei cicli di chemioterapia a cui periodicamente deve sottoporsi.
“Certo che abbiamo combinato un macello, ci siamo detti ridendo”" racconta Testa, mentre per le strade di Angri gli piovono letteralmente addosso baci e complimenti dalle signore che l’hanno visto in tv.
“A causa della febbre Maria Cristina non ha potuto essere con noi a Roma dal Santo Padre. Allora, prima di partire, le ho promesso che quando saremmo stati al cospetto del Pontefice, l’avrei chiamata sul suo cellulare per farle ascoltare le parole del Papa. Gesto premeditato quello di passare il mio telefonino a Benedetto XVI? Assolutamente no -, prosegue divertito il suo racconto Testa, che continua: “L’idea mi è venuta sul momento, proprio quando la sicurezza vaticana ci ha imposto di spegnere i telefonini. Senza chiudere la conversazione con Maria Cristina, ho lasciato cadere sulle mie gambe l’apparecchio e quando sono arrivato vicino al Papa gli ho detto di una suora malata che non era potuta venire con noi. Nel momento in cui Benedetto XVI mi ha pregato di salutarla, ho colto l’occasione per dirgli che era in linea in quel momento, e ho detto al Santo Padre: “Santità, c’è una suora molto malata che aveva espresso il desiderio di incontrarla, ora è all’altro capo del telefono, vuole che gliela passi? Il Papa mi ha sorriso, ha preso il mio cellulare e ha cominciato a parlare”.
Emilio, che non potrà mai più dimenticare il momento in cui la sicurezza cercava senza successo di spostare la sua carrozzina, che lui aveva reso inamovibile grazie al trucco dell’innesto del blocco meccanico di cui la sua sedia a rotelle è dotata, ricorda una per una le parole del Santo Padre: “Ciao, suor Cristina - ha detto Papa Ratzinger - mi è dispiaciuto tanto sapere che non stai bene. So che saresti voluta venire anche tu qui oggi. Io pregherò per te e ti ricorderò continuamente nelle mie preghiere, sapendo quanto stai soffrendo. Ti benedico, stai tranquilla nel nome del Signore”.
Nella piccola cella del convento di Angri, a quel punto, sul suo letto, suor Maria Cristina ha cominciato a piangere di gioia ed emozione.
Dietro il suo fisico, reso ancor più minuto dalla devastazione del cancro, però, continua a battere il cuore forte di una religiosa che ha speso tutta la sua esistenza per gli altri, soprattutto i più deboli.
Suor Marinelli è, infatti, presidente della sezione angriese di una associazione, “Granello di senape”, che si occupa, attraverso un consultorio familiare, soprattutto di sostegno a ragazze madri e di assistenza alle immigrate con il progetto “Multicolored”, in una zona, quella dell’agro nocerino-sarnese che vede la presenza di numerose donne extracomunitarie impegnate nei campi. Il giorno dopo il bellissimo regalo che Emilio Testa le ha fatto ha giusto la forza per raccontare con voce flebile per telefono la sua esperienza unica: “Pensavo di sognare ad occhi aperti. Poi, mentre il Papa parlava ho riconosciuto la voce, con la sua inflessione tedesca e ho pensato: ma guarda Dio come è capace di guidare gli uomini”.
“Sono convinta – dice suor Maria Cristina, ancora febbricitante – che è stato un segno improvviso della potenza di Dio che ha voluto mostrare come anche un telefonino, nella apparente banalità dell’uso quotidiano, può diventare uno strumento di speranza. Dio non abbandona mai gli uomini, anche nella dura sofferenza.”  Meno che mai proprio lei, una persona che ha sempre avuto una parola di conforto per tutti e che spiegava ai ragazzi della sua associazione che ci sono momenti nella vita in cui ci si trova di fronte a delle situazioni davvero difficili, a dei problemi che appaiono insormontabili e che non è facile superare senza l’aiuto di qualcuno che possa dare un consiglio da esperto o che è semplicemente disposto ad ascoltare. Per chi vive un disagio, tuttavia, non è sempre facile chiedere aiuto e così nel suo smarrimento finisce con il cercare lontano risposte che potrebbe trovare a portata di mano”.
Suor Maria Cristina è sempre stata, nella sua opera quotidiana, quanto di più lontano di possa immaginare dallo stereotipo di suora. Dall’8 novembre al 13 dicembre 2004 aveva promosso con il “Granello di senape” il progetto “Essere se stessi per essere”. Durante gli incontri aveva parlato ai ragazzi di corpo, di contraccezione, di amore, di malattie sessualmente trasmesse.
“Molti degli adolescenti che vi presero parte”, raccontano Rossella Grimaldi e Antonella Giacomaniello, due studentesse liceali, “alla fine di quell’esperienza dissero che grazie a quanto avevano appreso non avrebbero fatto più scelte sbagliate”. Grazie alle parole di suor Maria Cristina, una suora eccezionale alla quale è stato riservato l’eccezionale regalo di un papa che nel bel mezzo di un’udienza generale, sul suo cellulare la saluta, come si fa tra amici.

E’ tornato il mostro del Circeo

di Antonio Murzio

Campobasso, maggio – “Ho fallito”, continua a ripetere con gli occhi lucidi Dario Saccomanni, mentre si aggira nelle stanze deserte dell’associazione “Città futura”. Qui, al quarto piano di una vecchia palazzina che si affaccia sul carcere, lavorava Angelo Izzo, uno dei massacratori del Circeo, accusato ora del feroce duplice omicidio di Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, moglie e figlia di un pentito della mafia pugliese.
Dopo che il giudice di sorveglianza di Palermo aveva accolto la sua istanza, ogni mattina Izzo lasciava la sua cella, attraversava la strada che separa il penitenziario dalla sede dell’associazione e prendeva il suo posto di responsabile dello sportello di primo ascolto.
“I suoi interlocutori erano tutti i disagiati sociali che si rivolgono alla nostra associazione per avere un aiuto”, spiega Saccomanni, che nella vita privata è un pastore della Chiesa evangelica.
“Chi meglio di una persona che aveva vissuto l’esperienza di Angelo, poteva rappresentare l’esempio della possibilità di rifarsi un’esistenza?”, dice ancora Saccomanni che definisce Izzo, “una persona splendida, gentile, cordiale e disponibile”.
E’ nella sede di “Città futura” che Izzo ha conosciuto i giovani molisani che lo hanno aiutato ad occultare i cadaveri delle due donne in una fossa scavata dinanzi ad una villetta di campagna, poco fuori Campobasso.
Luca Palaia, un passato da tossicodipendente, svolgeva attività di volontariato a “Città futura” e divideva l’ufficio con Izzo; Guido Palladino, ventiseienne, è il titolare di una piccola impresa di software, la Unidos, con sede, fino a qualche tempo, nella stessa palazzina che ospita l’associazione.
Spesso Izzo scendeva fino al primo piano, nella redazione di un mensile locale. “Insieme si andava al bar - spiega il direttore Vincenzo Cimmino - e con Angelo si parlava di tutto. Non ho mai sentito uscire dalla sua bocca una volgarità. Era una persona affabile, disponibile, gioviale. Conoscevo benissimo la sua storia e l’unica “contromisura” da me adottata era quella di tenerlo il più possibile lontano dalla nostra redazione, composta in gran parte da donne. Ricordo quello che mi disse una volta: “Io dentro mi sento ancora un ragazzo, come vuoi che mi piacciano le donne della mia età?”.
Poi Cimmino mostra due lettere consegnategli a mano da Izzo qualche giorno prima del suo arresto per il duplice omicidio. Nella prima il boia del Circeo affronta una questione d’interesse locale, nella seconda critica il sistema penitenziario italiano e propone di aprire “le nostre frontiere, accogliendo fraternamente i nostri migranti”, perché “ci porteranno solo benessere, vivacità, apertura mentale e tutti i colori del mondo”.
Il testo integrale delle due lettere, scritte con grafìa minuscola e infantile su fogli di quaderno di color rosa, sarà pubblicato integralmente sul periodico molisano a fine mese. Ma le parole scritte da Izzo non sembrano contenere, secondo gli inquirenti, messaggi cifrati che possano spiegare il nuovo terribile omicidio.
Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, moglie e figlio di un esponente della Sacra Corona Unita, la cosiddetta quarta mafia, dopo il pentimento del capofamiglia, vivevano a Gambatesa, paese di milleottocento abitanti al confine tra Molise e Puglia.
Abitavano in una modestissima abitazione dalla quale avevano recentemente subito lo sfratto. Erano in cerca di una nuova casa, e la cercavano possibilmente a Campobasso. Per questo si erano rivolte all’associazione dove Izzo lavorava.
Izzo, che in passato aveva diviso la cella con Giovanni Maiorano, marito e padre delle vittime, era stato anche visto nel febbraio scorso a Gambatesa. “Una volta”, racconta una compagna di scuola, “Valentina, appena lo vide, si rifugiò in casa”.
Un altro episodio inquietante viene raccontato dai vicini di casa: “Rientrando a casa, madre e figlia trovarono la porta d’ingresso forzata”.
La moglie del boss pugliese non disponeva di un’auto. Per andare a Campobasso utilizzava l’autobus. L’ultima corsa, quella senza ritorno, la madre e Valentina l’hanno fatta mercoledì 27 aprile. I loro ultimi momenti di vita li ha raccontati in lacrime davanti ai giudici Luca Palaia: “Mentre io tenevo bloccata la madre sotto la minaccia della pistola, Angelo si è chiuso in stanza con la ragazzina. E’ uscito dopo circa mezz’ora e Valentina era già morta. Poi Izzo ha ucciso la madre soffocandola con un sacchetto di plastica. Abbiamo poi infilato i due cadaveri in sacchi di immondizia e poi le abbiamo seppellite nella buca scavata nella villa di Palladino”. “Quella buca è stata ricoperta poi con la calce per evitare che il fetore della decomposizione potesse attirare animali o destare sospetti”, ha proseguito Palaia, che nei giorni precedenti all’omicidio aveva acquistato  sacchi di calce in un negozio di Campobasso.
Le ipotesi investigative sono due: ma mentre perde quota l’ipotesi della violenza carnale (esclusa anche dall’autopsia sul corpo di Valentina), si rafforza l’ipotesi che Izzo, colpendo il pentito, avrebbe ottenuto dalla Sacra Corona l’aiuto per una nuova fuga dal carcere (in passato era già evaso). Un documento con una sua foto recente e una falsa identità era già pronto.

Il vero volto di Babbo Natale (OGGI, dicembre 2004)

di Antonio Murzio

BARI, dicembre – Babbo Natale? Dimenticate il volto tondeggiante e rubicondo con la lunga barba bianca al quale siamo abituati: non gli appartiene. Il vero Santa Claus aveva una carnagione olivastra, capelli radi (e non una bianca chioma fluente), naso storto e mascella pronunciata. “Un tipo”, ha dichiarato l’antropologo inglese Anand Kapoor ad un giornale britannico, che a vederlo “in salotto la notte di Natale verrebbe istintivo tirare fuori la pistola”.
In realtà il volto ricostruito dagli scienziati inglesi dell’Università di Manchester è quello di San Nicola, vescovo di Myra e patrono della città di Bari, dove si erge una splendida basilica a lui dedicata.
“E non userei parole come quelle del collega inglese” - precisa subito il professor Francesco Introna, direttore della clinica di Medicina legale dell’Università di Bari, unico italiano che ha partecipato alla studio promosso dall’Atlantic Production di Londra per la realizzazione del documentario “The real face of Santa” (“Il vero volto di Santa Claus”), andato in onda sabato 18 dicembre sul secondo canale della BBC.
Introna, 49 anni, antropologo forense, è stato coinvolto nella ricerca da un “insospettabile” collega, il colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris dei carabinieri di Parma: “Fui contattato a giugno e Luciano mi  prospettò di partecipare alla realizzazione di un documentario scientifico-religioso che gli inglesi intendevano realizzare.”
“L’intento degli autori - continua Introna - era quello di capire cosa ci fosse dietro il fenomeno Babbo Natale. Dal canto mio l’ho vissuta come una possibilità di sgombrare il campo da mille equivoci e confermare che Babbo Natale trova origine in San Nicola. Il vecchietto paffuto, vestito di rosso e bianco che conosciamo si deve solo ad una trovata pubblicitaria della Coca Cola agli inizi degli anni ‘30.”
Per ricostruire il volto di Santa Claus, i ricercatori sono partiti da uno studio condotto nel 1953 da un altro medico barese, il professor Luigi Martino.
“In occasione dei lavori di ristrutturazione della cripta che contiene i resti di San Nicola - spiega Introna - Martino ebbe la possibilità di esaminare le ossa del santo. Riportò le misurazioni che aveva effettuato sul cranio e ne sviluppò i disegni in tre dimensioni, una tecnica che si sarebbe diffusa solo molti anni più tardi con l’avvento dei computer.”
La lungimiranza di quel medico ha contribuito in maniera determinante al risultato odierno: “Martino, da radiologo, avendo le ossa a disposizione pensò bene di fare delle radiografie” - continua Introna. Che aggiunge: “Se i disegni potevano presentare qualche dato errato, le lastre hanno rappresentato un dato oggettivo sul quale lavorare”.
Ed è proprio sui tratti evidenziati in quelle radiografie che, con l’ausilio di un potente programma, gli scienziati inglesi hanno ricostruito al computer il volto di San Nicola-Santa Claus.
E se per l’antropologo inglese lo choc del risultato è stato tale da indurlo a pensare eventualmente di ricevere un siffatto Babbo Natale armato di pistola, per il medico legale barese la sorpresa è stata quella di trovare un volto completamente diverso da quello di solito rappresentato nell’iconografia di San Nicola. Introna, infatti, è anche un  cultore della storia del vescovo di Myra e ha coniugato l’interesse scientifico alla passione personale per il santo.
E’ quindi lo stesso professore a spiegarci come nasce il mito di Santa Claus legato a San Nicola: “La leggenda vuole che per aiutare tre sorelle poverissime altrimenti destinate alla prostituzione, Nicola, per due notti consecutive, gettò un sacco di monete nella casa delle ragazze in modo da costituire per ognuna di loro una dote. La terza notte, trovando tutte le finestre chiuse, fu costretto ad arrampicarsi sul tetto, dove fu visto ma non riconosciuto, e calare le monete dal camino”.
Un miracolo, quello delle “tre doti” che ancora oggi porta li 6 dicembre, giorno di San Nicola, centinaia di ragazze in età di marito a partecipare alla messa celebrata in basilica alla quattro del mattino.
La “vera faccia del santo”, quella mostrata nel documentario della BBC, è di un uomo dall’apparente età di 65-70 anni, alto all’incirca 1 metro e settanta - e quindi più della media di quel tempo -, d’origine caucasica.
“Questo spiega - dice ancora Introna - il colorito olivastro. Il naso storto è dovuto ad una frattura presente nelle ossa nasali, mentre l’espressione austera del volto la si può spiegare con la tradizione che parla di un San Nicola mentalmente e fisicamente forte”.
I resti del vescovo di Myra furono sottratti ai turchi da 62 marinai baresi e il nome di San Nicola è legato alla marineria: sulla prua delle navi degli emigranti olandesi diretti in America c’era proprio la sua immagine, quella di “Sinter Klaas”. Nel 1809 un libro edito a New York parlava di “Sancte Claus”, un vescovo che la notte di Natale, in groppa ad un cavallo bianco, solcava i cieli per portare doni ai bambini.
“Le nuove generazioni - conclude il professor Introna - saranno portate a scindere sempre più la figura di Babbo Natale da quello di San Nicola e questo sarà un male, perché andrà persa la vera tradizione legata a Santa Claus”.

La vita per un amico (Visto, maggio 2005)

di Antonio Murzio

Policoro (Matera), maggio – Antonella Tufarelli è fuori dall’ospedale che aspetta di sapere se il suo amico Gianfranco Prillo, paraplegico dopo un incidente durante il suo viaggio di nozze in Messico nel quale perse la giovanissima moglie rumena, ce la farà.
Francesco Mitidieri, 23 anni, il fidanzato di Antonella, è morto per difendere l’amico disabile. “Brutti brutti”, come gli amici chiamavano Francesco, se n’è andato un sabato notte. Il suo cuore grande ha cessato di battere per una coltellata. Una sola, che gli ha penetrato il cuore, nel corso di una rissa scoppiata dinanzi al pub “Cherokee”. Cominciata per i pesanti apprezzamenti rivolti da tre giovani calabresi alle ragazze della sua comitiva. Un crescendo di insulti, poi Gianfranco Prillo che si ritrova scaraventato a terra dalla sua carrozzina. Colpito a calci e pugni dai tre ragazzi di Cassano allo Jonio, parte di quello sciame migrante che popola le notti del sabato del litorale jonico dalla Calabria alla Puglia.
Mentre la rissa è in corso Francesco, un diploma da ragioniere in tasca e tanti lavori saltuari, si accascia. Solo allora gli amici che sono con lui si accorgono del rivolo di sangue sul petto. La macchina di Christian, un amico a cui aveva fatto da testimone di nozze il 23 aprile scorso, corre verso l’ospedale. Ma gli occhi di Francesco si chiudono pochi minuti dopo l’arrivo al Pronto soccorso.
“Lo supplicavo di non addormentarsi” –  racconta Antonella, 24 anni, insieme a Francesco da soli due mesi “lui mi fissava e mi riempiva di baci”. La ragazza continua il suo racconto tra le lacrime: “Gli chiedevo di farmi capire se riusciva a sentirmi, mi ha fatto cenno di sì. Non riusciva più a parlare. Appena arrivati all’ospedale, ha chiuso gli occhi mentre mi dava un ultimo bacio. E’ morto così.” Poi il pianto disperato nell’abbraccio ad un’amica, i singhiozzi, la litania del dolore: “L’amore della mia vita, l’amore della mia vita…”.
Antonella, che studia al Conservatorio di Matera, ricorda con la dolcezza tipica del rimpianto il fidanzato ucciso: “Avevamo fatto tanti progetti, l’altro giorno eravamo stati insieme al mare. Lui amava molto pescare e lì, sulla spiaggia, avevamo fantasticato su quello che avrebbe potuto essere la nostra storia.”
Mentre racconta, viene raggiunta da Tiziana Leone, ventisei anni. Da due è insieme a Gianfranco che, il giorno prima, è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico d’urgenza. Una emorragia interna lo stava dilaniando senza che lui potesse accorgersene. Dopo l’incidente in Messico, infatti, la metà inferiore del suo corpo ha completamente perso sensibilità. Non ha sentito la lama del coltello penetrargli la carne. E’ stato salvato dalla prontezza di spirito di un ufficiale dei carabinieri.
Il tenente Antonio Guglielmi lo ha visto sbiancare in volto mentre lo interrogavano in caserma come testimone. “Gli ho chiesto se si sentisse bene – racconta Guglielmi. “L’abbiamo aiutato a slacciare la camicia e abbiamo visto le sue panciere, indossate per evitare le piaghe della postura cui è costretto, inzuppate di sangue. Lo abbiamo accompagnato immediatamente in ospedale”.

Il tenente Gugliemi durante l’intervista (foto Paolo Altamura)

Per Guglielmi non è stato facile tenere a bada con due soli uomini i circa duecento avventori del pub che nella notte avevano scatenato una vera e propria caccia all’uomo: “I tre ragazzi ora in carcere con l’accusa di concorso in omicidio avevano buttato via il coltello, trovando riparo nella campagna alle spalle del pub”, racconta l’ufficiale. “Quando li abbiamo presi, ho dovuto affrontare i ragazzi del posto intimando persino di sparare in alto, mentre inferociti mi dicevano: “Tenente, però così non si fa…”.
L’arma del delitto, con molta probabilità un coltello a serramanico, non è stato ancora ritrovato.
“Chi ha visto qualcosa, parli!”, lancia ora un appello Antonella. “Non posso credere che tra tante persone che erano lì in quel momento nessuno abbia visto nulla”, dice la ragazza.
Gianfranco, intanto, nel suo letto d’ospedale, combatte un’altra delle dure battaglie a cui la sua giovane esistenza l’ha sottoposto.
“E’ molto frustrato”, dice Tiziana, la sua fidanzata, alla quale Francesco, il ragazzo morto, in uno dei suoi gesti d’altruismo, aveva ceduto il posto da ragioniere in una azienda. “Quasi si sente responsabile, per la sua condizione, della morte del suo più caro amico”, confida.
“Brutti brutti”, Gianfranco, Christian: amici inseparabili che l’avvocato Livia Lauria, sorella maggiore di Christian, ricorda sempre insieme sin da bambini.
“Gianfranco finalmente si stava riprendendo, aveva cominciato a dipingere e vendere quadri e a fare piccoli manufatti in legno – racconta l’avvocato Lauria – e ora gli è arrivata quest’altra tremenda tegola sulla testa”.
“Quella maledetta sera Francesco era rimasto a casa a festeggiare i 90 anni della nonna. Poi un sms di mio fratello Chirstian sul suo cellulare: “Siamo da Puzzi”, il nome col quale a Policoro tutti conoscono il locale”, dice la legale che si trova ora a difendere un quarto ragazzo del luogo, arrestato in seguito alla rissa.
Inviando quell’sms gli amici non potevano immaginare di invitare “Brutti brutti” all’appuntamento con una lama di coltello. Che avrebbe impedito al suo cuore grande di continuare a battere, soprattutto per loro.

L’omicidio di Giusy Potenza (Visto, 2005)

di Antonio Murzio

Il giorno in cui il corpo di Giusy, quindici anni, subiva l’ultimo affronto della sua breve e sfortunata esistenza sul tavolo delle autopsie, Carlo Potenza, suo padre, parlava ancora del futuro della sua “bambina”. “Avrei voluto che continuasse gli studi, a differenza di sua sorella Michela che ha scelto di imparare il mestiere di parrucchiera”, diceva. Ignorava che a massacrare sua figlia, su una scogliera alle spalle dello stabilimento dimesso dell’Enichem, fosse stato suo cugino, che aveva una relazione con la figlia minorenne. “Non cerco vendetta, voglio solo giustizia”, aveva aggiunto Carlo Potenza. E al dirigente del commissariato di Manfredonia che coordinava le indagini aveva chiesto un “regalo di Natale”: la cattura dell’assassino della figlia.
Giovanni Potenza, 27 anni, pescatore, sposato e padre di due bambini, fu prelevato dalla polizia in mare aperto, sul peschereccio dove era imbarcato, a sette miglia dal porto molisano di Termoli. Era l’antivigilia di Natale. Messo alle strette dagli investigatori, crollò quasi subito: “Da due mesi avevo una relazione con Giusy. Volevo interromperla ma lei ha minacciato di raccontare tutto a mia moglie. Non ci ho visto più e l’ho colpita”. La furia di quell’omicidio rimase impresso sul volto orrendamente deturpato di Giusy. Il grosso masso con cui il suo amante l’aveva colpito le aveva lasciato un solo dente. Il viso era gonfio, con i grumi di sangue all’altezza della bocca. Gli occhi semiaperti erano quelli terrorizzati e increduli di una ragazzina che ha gli ultimi secondi di vita per scoprire che l’uomo che ti ha appena amata, ora ti sta uccidendo. Giusy era distesa a terra, indossava una maglietta gialla, aveva i pantaloni abbassati. Le braccia erano distese all’altezza della testa; le mani, con le palme rivolte verso l’alto, semiaperte. A rivederle oggi, alla luce degli sviluppi che la storia di Giusy poi avrebbe avuto, in quelle immagini sembra che solo la morte abbia restituito all’adolescente ciò la vita aveva cominciato a negarle. La sua innocenza, innanzitutto. Quella a cui si è sempre disperatamente appellato Carlo Potenza quando le voci su giri pericolosi in cui la figlia era finita hanno dapprima cominciato a circolare in paese e poi trovato riscontro nell’arresto di due giovani donne accusate di aver indotto Giusy a prostituirsi. Il tranquillo pescatore, che “non cercava vendetta ma voleva giustizia”, che dopo l’omicidio della figlia non è più andato per mare, e che secondo alcuni avrebbe pure cominciato a darsi all’alcol, ha giorno dopo giorno alimentato la sua sete di vendetta. E in un pomeriggio afoso di fine maggio, la sua mente provata ha pensato che un coltello conficcato nell’addome del padre di una delle due presunte sfruttatrici di Giusy potesse mettere fine alle sue pene. Ora è rinchiuso nel carcere di Foggia con l’accusa di tentato omicidio, lo stesso in cui il cugino assassino è dal giorno della confessione. Scelta inopportuna, anche secondo il dirigente del commissariato di Manfredonia, Antonio Lauriola, che dice “di averlo fatto presente al pubblico ministero”.
Lauriola è l’investigatore che ha risolto il delitto di Giusy in poco più di un mese e ha scoperto il giro “sporco” in cui la ragazza era finita, disponendo l’arresto di Filomena Rita Mangini (detta Floriana) 19 anni, appartenente all’omonima famiglia malavitosa e figlia del 41enne Pasquale, il pluripregiudicato per reati di droga colpito da Carlo Potenza. Assieme alla Mangini, che è incinta per la seconda volta, dopo aver avuto il primo figlio cinque anni fa da un ventenne poi morto ammazzato, è stata arrestata Rosalba Santoro, 24 anni. “Figlia di persone per bene”, tiene a precisare Lauriola che, nella sua casa di San Giovanni Rotondo, ricostruisce per “Visto” l’intera vicenda di Giusy, “sgombrando una volta per tutte il campo dalle fantasiose ipotesi del branco, delle messe sataniche o di una terza persona coinvolta nel delitto”.
Per il poliziotto, in tutta la storia di Giusy “c’è solo un buco di mezz’ora, quello tra quando la ragazza esce dalla cartoleria Bernini dove è andata a comprare i cd vuoti, incrocia all’uscita dal negozio un amico al quale dice di avere un appuntamento con il cugino (“lo zio”, invece secondo le testimonianze di un commesso del negozio che sente la conversazione) e si avvicina a una Punto di colore verde, ferma nella stradina che fiancheggia la cartoleria. In quell’auto, secondo le inquirenti, c’erano la Mangini e la Santoro. Sul sedile posteriore sedeva un uomo. Sono le 17,15. Le due sospettate, ora agli arresti domiciliari, negano con forza ma cè la testimonianza di un altro ragazzo che, poco prima, alle 17, ha visto la Punto verde e riconosciuto le due ragazze. Anche lui dice di aver visto un uomo seduto in macchina. E’ un amico di Giusy. Venti giorni prima ha incontrato la giovane studentessa dellistituto magistrale “Roncalli” e racconta a Lauriola: “Giusy era in abiti succinti e aveva freddo. Io sapevo che aveva cominciato a fare prestazioni sessuali dietro compenso e ho anche cercato di dissuaderla perché ero molto dispiaciuto”. Alle 17, 15 Giusy, uscendo dalla “Bernini”, si avvicina all’auto. Alle 17, 30 ha l’appuntamento con Giovanni Potenza dove arriva con mezz’ora di ritardo. “E l’ultima telefonata che risulta dai tabulati del suo cellulare - spiega Lauriola – è delle 17, 42. La chiama un amica. Poi il segnale si perde. La ragazza e l’amante si incontrano nei pressi dell’abitazione di Giusy. A bordo della Ford Focus di lui, si allontanano e giungono in riva al mare. Lì fanno l’amore per due volte, poi scoppia il litigio perché lui vuole interrompere la relazione, incominciata due mesi prima in occasione della festa patronale. Giusy, in preda alla rabbia, si allontana e al buio cade dalla scogliera. Giovanni Potenza va a recuperarla: Giusy è bagnata, è caduta in acqua, è dolorante. La riporta sulla scogliera servendosi di una scala naturale scavata nella roccia; poi, stanco, la poggia per terra. E’ in quel momento che la ragazza, secondo il racconto dell’omicida, minaccia di svelare tutto. Il Potenza è accecato dalla rabbia, prende il grosso sasso che è vicino alla ragazza e infierisce sulla povera Giusy”.
“La confessione di Giovanni Potenza” –  continua Lauriola ”collimerà alla perfezione con i nostri riscontri e con quelli dell’autopsia sul corpo della ragazza. Soprattutto quando, parlando del secondo rapporto avuto con Giusy, Giovanni Potenza racconta di averlo fatto in maniera scomoda. Alcune striature sul corpo della vittima lo confermeranno”.
“Le piste battute da subito dopo l’omicidio – dice ancora Lauriola - sono state due: quella familiare e quella della prostituzione, avendo raccolto nel corso delle indagini elementi che indirizzavano verso questi due ambiti”.
Floriana Mangini e Rosalba Santoro, ora agli arresti domiciliari, continuano a negare di aver conosciuto Giusy. Solo la seconda dice di essere amica della sorella maggiore, Michela Potenza. Le smentisce la testimonianza di un “cliente” che a sua volta è stato denunciato per la minore età di Giusy,  con la quale ha ammesso di aver avuto rapporti a pagamento.
“Giusy - spiega Lauriola - illusa dal guadagno facile che poteva derivarne, in realtà si limitava a rapporti non completi con i clienti che le due le procuravano. Le tariffe, a seconda della prestazione, andavano dai dieci ai trenta euro. Soldi che utilizzava per il telefonino o per pagare la pizza al fidanzatino. Il ragazzo ha confermato che la ragazzina proprio negli ultimi due mesi aveva una disponibilità di denaro mai avuta prima”.
Quando queste notizie hanno cominciato a circolare, qualcosa deve essere scattato nella mente di Carlo. La famiglia Potenza non ha mai creduto alla versione degli inquirenti sulle modalità dell’omicidio e tantomeno crede che la “bambina” potesse essere arrivata a tanto. La sorella maggiore di Giusy, Michela, di diciotto anni, intanto, non parla. E’ l’unica persona che potrebbe aggiungere qualche tassello mancante per ricostruire il puzzle degli ultimi mesi di vita di Giusy.
Le famiglie Potenza e Mangini vivono a pochi isolati di distanza, nello stesso quartiere. A Monticchio, il clan Mangini spadroneggia. Il business principale è la droga. Il capofamiglia ferito dal padre di Giusy era uscito da poco dal carcere. Un figlio ventenne, Matteo, fu ucciso nel 2001 nello stesso luogo in cui era stato ammazzato Lorenzo Ferrandino, compagno dell’allora quattordicenne Floriana Mangini, che da lui aveva avuto il primo figlio.
La famiglia Potenza non aveva nulla a che fare con tutto questo. Ma è difficile rimanere incontaminati se hai quindici anni, vuoi tutto (il superfluo) e non puoi avere nulla. “Un mese e mezzo prima dell’omicidio - racconta il sindaco di Manfredonia Paolo Campo - Giusy era venuta con la mamma nel mio ufficio. La signora chiedeva un aiuto. Dopo la morte della ragazza abbiamo accelerato l’iter per il rilascio della licenza a Carlo Potenza che aveva messo su una bancarella al mercato settimanale dove vendeva pesce. E’ una brava persona, penso che abbia commesso una grande stupidaggine a colpire il Mangini”.
“Il dramma è ora delle due mogli”, continua Campo. La signora Grazia (Rignanese, moglie di Carlo, n.dr.), sembra in attesa di un altro figlio, e la giovanissima moglie di Giovanni Potenza, che si è trasferita a Modena con i due figli, dove la bambina più grande di sei anni continua a chiederle con insistenza del perché il papà non torna”.
“Ma non metteteci addosso alcun marchio” conclude l’avvocato Campo, al suo secondo mandato di sindaco: la storia di Giusy Potenza è accaduta a Manfredonia ma sarebbe potuta accadere in ogni altro posto. L’omicidio è maturato in un particolare contesto sociale, di disagio familiare.” E per dimostrare quanto facile sia instaurare rapporti con i manfredoniani mostra la foto con dedica di Roberto Vittori, l’astronauta italiano andato in orbita ad aprile scorso. Come promesso ai dirigenti della locale squadra di calcio, Vittori, che è romano, nello spazio avrebbe indossato la maglia del Manfredonia Calcio, quest’anno promosso in C1. Lo ha fatto in diretta televisiva in un collegamento col TG1. Tra le stelle che gli brillavano intorno forse c’era anche quella di una ragazza che dalla vita aveva avuto poco e preteso tutto. Troppo in fretta per i suoi quindici anni.

Padre Cipriano: 52 anni di lotta a Satana

San Severo (Foggia), giugno – Alla ripresa delle udienze per il processo ai cinque adepti delle “Bestie di Satana”, accusati degli omicidi di Mariangela Pezzotta, Chiara Marino e Fabio Tollis, Padre Cipriano De Meo non sarà sul banco dei testimoni. La presenza dell’ottantunenne frate cappuccino, che vive in un convento di San Severo, in provincia di Foggia, era stata richiesta dall’avvocato Guglielmo Gulotta, difensore di Eros Monterosso, uno dei cinque appartenenti alla setta. Ai giudici della Corte di Assise di Busto Arsizio, dove si svolge il processo, il legale aveva proposto il nome del frate, giustificando così la sua richiesta: «La lista testimoni del pubblico ministero trasuda diavolo da tutte le parti: ci vuole quindi un esorcista che rimetta le cose a posto». E aveva fatto il nome di padre Cipriano. Perché proprio lui? Perché padre Cipriano De Meo è l’esorcista italiano con la più lunga esperienza. Tutto cominciò il sette dicembre di cinquantadue anni fa. Mentre giocava a pallone con i suoi allievi nel convento in provincia di Avellino dove dirigeva il seminario, sentì bussare alla porta. Andò ad aprire e si trovò dinanzi tre persone, due uomini e una donna. Erano malmessi, non parlavano, la donna lo guardava in modo strano. Chiese ai tre se avessero bisogno di mangiare ma ancora nessuna risposta. Per rompere il loro lungo silenzio, chiese allora alla donna il suo nome. “Gridando con voce da maschio e saltando, lei gridò: “Sono il diavolo!”. Allora io le strinsi la mano e risposi: “Piacere, sono frate Cipriano”.Il cappuccino ricorda così il suo primo incontro con il demonio. Lo fa con Visto nel convento di San Severo, città dove ogni mercoledì combatte la sua battaglia contro il maligno nella piccola chiesa di San Matteo, poco lontano dal cimitero. A differenza di altri esorcisti, lui non ama apparire e l’unica volta che accettò di partecipare alcuni anni fa a “Domenica in”, in collegamento da Serracapriola, il piccolo comune del foggiano dove è nato, “il diavolo si manifestò con una interruzione di corrente”, spiega il frate, serio ma con il sorriso sulle labbra di chi ha un conto aperto con un nemico che è convinto, sempre e comunque, di poter battere.
Il suo coinvolgimento nel processo alle “Bestie di Satana” lo ha appreso dai telegiornali, ma nessun contatto è stato avviato, né prima né dopo, dall’avvocato che aveva richiesto la sua presenza in aula a Busto Arsizio.
Dove padre Cipriano, se glielo avessero chiesto ufficialmente, si sarebbe anche presentato. Ma non per praticare esorcismi. Solo per ribadire quello che dice nei numerosi incontri che ha con i giovani: “Attenzione a certi tipi di musica che spesso nascondono un inno a Satana, frequentate la chiesa e coltivate lo spirito pregando più spesso”. Perché cinquantadue anni di lotta ai demoni hanno reso padre De Meo anche molto pratico: “Una volta una signora mi ha detto che non credeva più nell’esistenza di Dio perché aveva perso il figlio in un incidente, ma quella è la vita, che ci vuoi fare?”, sospira mentre sorseggia un decaffeinato al bar.
Nel suo lungo apostolato di esorcista ne ha viste così tante che adesso alcune delle battaglie più lunghe e difficili contro il diavolo ha deciso di raccontarle in un libro: “Sono quattrocento pagine - anticipa a Visto - e dopo una prima parte teologica, c’è la parte annedotica”. Dove racconta di contadine analfabete possedute da Satana che, con disinvoltura, disquisiscono di filosofia e teologia, “da meritare 30 e lode”, dice, lui che la sua formazione da esorcista, da autodidatta, ha cominciato a costruirsela su testi del 1600.
Ma come si fa a distinguere i casi di persone possedute dal demonio da quelli di persone che hanno un disturbo che un bravo specialista in neuropsichiatria potrebbe curare? “Innanzitutto  – spiega padre Cipriano, che da cinque anni ha voluto un corso per sacerdoti aspiranti esorcisti proprio nel convento di cappuccini del suo paese natale “bisogna ricordare che per la Chiesa chi può praticare gli esorcismi sono i vescovi e persone da loro direttamente incaricate.” “In passato - prosegue il frate - quando c’era un caso dubbio si faceva l’esorcismo e gli si attribuiva anche valore terapeutico. Con il nuovo rituale (gli esorcismi sono regolamentati da un apposito rituale pubblicato dalla Curia romana e da alcuni articoli del codice di Diritto canonico, n.d.r.) c’è il divieto di fare l’esorcismo se non si è certi della presenza del demonio. Per cui mi servo di alcune preghiere per vedere se c’è l’azione del Maligno o meno. Comincio col segno della croce, l’imposizione delle mani sulla testa e una preghiera alla Madonna”.
Per uniformare le pratiche, padre Cipriano è stato anche tra i promotori di un’associazione internazionale di esorcisti: gli italiani sono i componenti più numerosi, perché all’estero, secondo il cappuccino, “la pastorale esorcistica non è molto curata”. Sarà per questo che al mercoledì mattino dinanzi alla chiesetta di San Matteo, già dalle prime ore dell’alba, spesso il tedesco o lo spagnolo si mescolano ai dialetti delle varie zone dell’Italia. Per essere ammessi al cospetto del frate esorcista, avverte un sito internet, è indispensabile prendere il numero. A mantenere l’ordine ci pensano una decina di amici fidati del monaco, gli stessi che poi pregano per il posseduto durante il rito.
Viene allora da chiedere al padre: Ma gli esorcismi che si vedono nei film rappresentano quel che realmente accade? Cipriano, sempre sorridendo, risponde: “Molto lontanamente, quel che accade in realtà è molto peggio, io conservo sotto spirito alcune delle cose che gli esorcizzati mi hanno vomitato addosso, non sono oggetti ma parti organiche estranee al corpo che le ha espulse”. E l’aggressività di un indemoniato? Il frate allora mostra al fotografo il rosario che gli pende dalla vita e spiega al cronista: “Sapessi quanto me ne hanno strappati, pensa che questo l’ho fatto realizzare apposta di un materiale il più resistente possibile”.
La cosa più difficile per un esorcista è l’individuazione del demone che si è impossessato della vittima: “I demoni sono tanti, tutti molto furbi. Cosa li infastidisce di più? Quando gli ricordo che anche loro sono strumenti attraverso i quali Dio conferma, con la loro sconfitta, la sua onnipotenza”.
A volte le battaglie di padre Cipriano durano anni. Per scacciare il demonio da una ragazza lucana ne ha impiegati dieci. La sua segreteria telefonica, intanto, è sempre attiva, mentre lui risponde al telefono solo a tarda sera. Ai suoi esorcismi è possibile assistere. Basta avere molta fede ma soprattutto “stomaco e coraggio”: “Per una suora una volta abbiamo dovuto chiamare un’ambulanza”, racconta il frate. Che alla domanda “Ma lei ha mai avuto paura?”, secco e deciso risponde: “No!”, mentre una luce quasi innaturale gli brilla negli occhi.
Antonio Murzio

Cieli grigi sull’Alitalia (Gente, febbraio 2006)

di Gennaro De Stefano e Antonio Murzio

Aeroporto di Fiumicino, primo pomeriggio di un giorno di gennaio 2005.  Il nostro lavoro richiede una improvvisa partenza per Palermo; affannati corriamo alla biglietteria Alitalia. “Sola andata 200 euro, con lo sconto giornalisti 170″, dice cortese l’impiegata. Paghiamo e ci imbarchiamo. Ore 19.30 dello stesso giorno, l’intervista a Palermo è finita, corriamo all’Aeroporto Falcone e Borsellino per riprendere il volo di ritorno. Alla biglietteria ci dicono che c’è solo un volo Air One, alle 20.30. “Porca miseria”, pensiamo, “chissà che mazzata adesso tra capo e collo”. Ma dobbiamo rientrare a Roma e quindi acquistiamo il biglietto: “Ecco a lei”, dice l’hostess di terra, “Sono 53 euro”. Già, proprio così. Cinquantaré euro contro centosettanta: stessa tratta, stesso tempo, stesso servizio, stesso caffè a bordo. Air One ci costò meno di un terzo di Alitalia: “Il sabato la compagnia offre queste promozioni”, disse l’hostess e noi pensammo che, su questa storia, un servizio giornalistico non ci stava per niente male.
Nell’episodio minimale che vi abbiamo raccontato, si può racchiudere il senso di una crisi profonda che ormai da quindici anni scuote la compagnia di bandiera, tra spinte e controspinte, centinaia di milioni di euro di debiti, presititi garantiti da ipoteche e avvoltoi che girano attorno alla presunta carcassa della compagnia per divorarla dopo averla sbranata con i clientelismi e le follie, i privilegi e le assurdità. Ma se oggi parliamo di crisi quasi definitiva e di
retrocessione di Alitalia da compagnia di serie A (vanto del Made in Italy) a compagnuccia di serie B è per colpa degli appetiti clientelari, delle rivendicazioni salariali al limite dell’assurdo e delle scelte irrazionali che sono state operate in questi anni. Prima di tutte quella di Malpensa come primo Hub italiano davanti a Fiumicino.”Neppure nei Paesi come la Gran Bretagna o la Francia ci sono due Hub”, dice a Gente M.M. pilota e primo ufficiale della compagnia di bandiera che chiede l’anonimato per tema di ritorsioni.
“In Italia, per motivi politici e clientelari si è voluto promuovere Malpensa come primo Hub e Fiumicino a ruota. Tutto questo non ha alcun senso, innanzitutto perché Malpensa ha costi esorbitanti, tanto che molte compagnie inzialmente propense a utilizzare lo scalo come Hub Cargo, ora dirottano su Brescia, Bergamo e altri aeroporti minori della zona. La verità è che lo scalo ideale per i passeggeri è Roma, mentre qualche politico ha preteso di imporre Milano costringendo l’Alitalia a spaccare in due la flotta”.Ma al di là di questo, come si spiega che la nostra compagnia di bandiera costa sempre più degli altri? “Alitalia garantisce il passeggero anche in caso di mancati atterraggi nello scalo di destinazione”, spiega il nostro pilota che dell’appartenenza alla compagnia mena giustamente vanto: “Non voglio citare altri vettori, ma l’addestramento del personale e lo standard qualitativo molto elevato di Alitalia, giustificano il prezzo del biglietto. Tenga conto che molte compagnie spesso non pagano i servizi di cui beneficiano negli aeroporti, mentre Alitalia salda tutto fino all’ultimo centesimo. Certo, per molti anni, le gare d’appalto le vincevano i parenti dei politici e quel che costava dieci, Alitalia lo pagava dodici. Ma oggi questa vergogna dovrebbe essere finita”.Volare basso o volare alto? In attesa che il suo destino si compia, i dipendenti Alitalia hanno scelto, per il momento, di non volare affatto. Con i risultati che televisioni e giornali ci hanno rovesciato addosso in questi ultimi giorni: aerei rimasti a terra, picchetti del personale in sciopero agli ingressi degli aeroporti, voli annullati 900 in pochi giorni) e soprattutto viaggiatori costretti a pagare le
conseguenze di una vicenda che, al di là delle figure retoriche o dei giochi di parole, trova origine proprio nello scontro tra due concezioni del trasporto aereo: quello low cost (a basso costo) e quello delle compagnie di bandiera, garantite da robuste iniezioni di fondi dello Stato anche quando, è il caso di quella italiana, il futuro è già segnato e si chiama privatizzazione. Ma dietro gli scioperi, le trattative e le minacce di far riscoprire agli italiani la passione per i treni, si cela uno scontro politico che vorrebbe “svuotare”
l’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma Fiumicino, a vantaggio di quello lombardo di Malpensa. Il primo dei due scali è gestito dall’Adr, società che fa capo a Maurizio Romiti e al padre Cesare, ex amministratore delegato Fiat. Mentre le ali dello sviluppo di Malpensa, gestito dalla Sea (Società esercizi aeroportuali) di Milano, toccata alla Lega Nord in fase di spartizione delle controllate lombarde, sono state tarpate dall’impatto ambientale negativo su tre province (Novara, Milano e Varese), contestato dalle associazioni ecologiste, tramite alcuni parlamentari, anche in sede europea.
La battaglia Alitalia, al di là del numero dei lavoratori in esubero e degli sprechi che hanno sempre contraddistinto la compagnia di bandiera (un piccolo esempio: solo gli equipaggi Alitalia quando sono fuori sede a fine turno vengono alloggiati in albergo, quelli delle altre compagnie rientrano nelle proprie città d’origine, con un considerevole risparmio sui costi di gestione del personale) si gioca principalmente sul fronte geografico-politico.
Negli archivi de La Padania, il quotidiano del partito di Umberto Bossi, ad esempio, lo sfogo del presidente della provincia più leghista d’Italia, quella di Varese, è di qualche tempo fa: “Alitalia ha tradito Malpensa a favore di Roma, ma il mercato dell’hub è qui, nel cuore del Nord”, dichiarava il leghista Marco Reguzzoni, che salutava l’arrivo, ai vertici Alitalia, dell’avvocato Giuseppe Bonomi, giunto sulla poltrona di presidente dopo aver presieduto proprio la Sea, e “una carriera politica”, come recita il suo curriculum ufficiale, “tutta svolta nelle fila della Lega Nord”. Fu proprio durante il suo mandato alla Sea che fu inaugurato l’hub di Malpensa, che secondo il Covest, il
Comitato Ovest Ticino, “ha sempre rappresentato e continua a rappresentare per Alitalia principalmente una fonte di perdite ed è quindi ovvio che sia restia ad investire in tale struttura”.
Il termine hub (quello tecnicamente esatto sarebbe “hub and spoke”) viene usato nelle reti di trasporto, in particolare nell’aviazione civile. Le compagnie scelgono uno scalo dove si concentrano la maggior parte dei voli, che funziona solitamente anche come base (o una delle basi) di armamento della linea aerea. Alitalia adesso ha due hub (Fiumicino e Malpensa) e questo ha creato dsispersione e maggiori costi. Concentrando i collegamenti su un solo hub, invece, il risultato è la capacità di fornire più frequenze tra due aeroporti cosiddetti “spokes”.  Il flusso di traffico, in parole povere, invece di risolversi con voli diretti, viene convogliato sull’hub. A parità di flusso di traffico tra due aeroporti “spokes” (esempio, Catania e Venezia) il convogliare traffico su un hub (esempio Roma) permette di ottenere più frequenze giornaliere). Per esempio, se il flusso di traffico da Catania a Monaco è di 50 passeggeri al giorno, è antieconomico aprire una linea diretta. Ma se si realizza il collegamento passando sull’hub di Roma, ecco che diventa giustificabile dato che sulle linee Catania-Roma e Roma-Monaco vengono trasportati anche passeggeri diretti su altri “spoke” della rete (per esempio Venezia, Milano, Torino, etc). Ciò si traduce non solo nella possibilità di realizzare il collegamento ma anche di avere più scelta di voli durante la giornata.
Se dunque Air France, Lufthansa, British e Iberia hanno un solo hub, perché mai Alitalia ne ha dovuti mettere in piedi due?
“Il colpo mortale è stato inferto all’Alitalia con Malpensa”, dice al nostro giornale Marco Isabelli, 39 anni, assistente di volo impegnato nel sindacato Sulta. “Dividersi in due hub ha spezzato la compagnia e l’ha indebolita. Alitalia è la prima azienda del Lazio e con l’indotto ci sono 20 mila dipendenti. Dobbiamo ringraziare Alleanza Nazionale se questi posti di lavoro sono salvi. Ora c’è la sensazione che qualcuno voglia farla fallire anche se da quando sono entrato io, quattordici anni fa, Alitalia è sempre stata in crisi. Ma le potenzialità ci sono, se si pensa che Roma-Milano Linate è una delle tratte in Europa che “pompa di più”.

I cent’anni del chewin-gum (Gente febbraio 2006)

I cent’anni del chewingum
A voler strafare servono quattordicimila dollari. Se ci si accontenta, però, si può spendere qualcosa in meno. E con un po’ di fantasia, si può perfino considerare un affare: per circa 25 milioni di vecchie lire si riesce ad ottenere non un solo chewingum, ma un intero lotto di gomme “premasticate” dalla cantante americana Britney Spears. Quelle, dicono, che la popstar ha addentato durante la lavorazione del video di “Toxic”. Titolo e testo della canzone certo non incoraggiano l’acquisto dell’usato: “toxic”, infatti, sta per velenoso e il brano si chiude con le parole “sono intossicata adesso”. Sarà il caso, quindi, di affidarsi a una normalissima confezione di gomme ancora da masticare per festeggiare il centenario dell’invenzione del chewingum. Un secolo esatto, era il 1906, è trascorso, infatti, da quando lo statunitense Frank Henry Filler brevettò la bubble-gum, la gomma da masticare morbida, destinata all’epoca a rivelarsi un clamoroso flop: troppo appicicaticcia. Nonostante questo insuccesso, e a dispetto di altri padri nobili ai quali l’intuizione che l’umanità avrebbe gradito masticare gomma viene attribuita (dagli antichi Maya al solito farmacista americano), Filler è considerato il vero inventore del chewingum, come noi lo conosciamo. O, più precisamente: come pensavamo di conoscerlo. E sì, perché da fratello più giovane e sbarazzino della caramella, che procurava piacere non solo nell’addentarlo ma anche nel soffiarci dentro per ricavarne palloncini, il chewingum, come spiegano dall’ufficio marketing della Perfetti, uno dei maggiori produttori mondiali, “da prodotto edonistico è diventato un prodotto per così dire “funzionale”: contribuisce all’igiene orale, riduce la tensione e lo stress (non a caso tra i consumatori più incalliti ci sono gli sportivi), e nell’ultimo periodo, con l’imposizione del divieto di fumo in uffici e luoghi pubblici, ha sostituito sempre più la sigaretta”.
Quest’ultimo compito, in realtà, è stato assegnato al confetto da masticare già nel 1978, quando fecero la loro comparsa le prima gomme alla nicotina, destinate a non far entrare in crisi di astinenza i fumatori pentiti.
Diciott’anni ed è preistoria: già oggi è pronto il Viagra sotto forma di confetti da masticare che potrà essere prodotto e commercializzato solo nel 2011, anno di scadenza del brevetto della salvifica pillola. Il che potrebbe produrre, oltre che evidenti benefici sull’ars amatoria dei pazienti, apprezzati effetti sull’indotto odontoiatrico, dovendo gli arzilli destinatari del farmaco necessariamente provvedere a darsi una sistematina a ponti e protesi.
Intanto, in Giappone, un’azienda ha messo in commercio una gomma che potrebbe mettere in ginocchio il primato del silicone: masticarla aumenterebbe e alzerebbe contemporaneamente il seno. A Tokyo già va a ruba. Duecento tavolette costano solo trenta euro e la B2Up, l’azienda produttrice, sostiene che “su dieci donne che hanno utilizzato dieci tavolette al giorno per un mese, ben nove hanno avuto il seno incrementato di una o due taglie”. Tra le controindicazioni, la possibilità che il seno ritorni tale e quale dopo il sesto mese, e si renda necessario così ripetere praticamente all’infinito la pratica ruminatoria.
Per ora, quindi, dovremo accontentarci degli unici benefici certi, quelli per i denti, dovuti principalmente allo xilitolo, un elemento che in natura è contenuto in pere, fragole e prugne. “L’utilità dello xilitolo nella prevenzione della carie è ormai universalmente riconosciuto”, dice il dottor Franco Bruno, segretario culturale generale e responsabile prevenzione dell’Andi, l’associazione nazionale dei medici dentisti italiani. “Masticare gomma con xilitolo”, spiega ancora Bruno, “riducendo gli attacchi degli acidi, elimina la placca e rimuove i residui di cibo, mentre studi americani dimostrerebbero che proprio la masticazione di chewingum, più che lo stesso xilitolo, aiuterebbe in alcune infezioni come le otiti che in alcuni casi nascono dal cavo orale”. Chewingum promosso a pieni voti, allora? “Attenzione”, avverte il medico dentista, “non mastichiamone più di due o tre al giorno per evitare l’affaticamento dell’articolazione della bocca, e ai bambini diamolo solo dopo i 4-5 anni”.
Tutto sommato, dovremo quindi convincerci che masticare gomma faccia bene alla salute. Tanto da aumentare la memoria, secondo uno studio del 2003 dell’Università di Northumbria (Gran Bretagna):”E’ stato provato che durante la masticazione il battito cardiaco aumenta e viene prodotta più insulina che, agendo su recettori situati nella zona cerebrale dell’ippocampo, stimola questa struttura cruciale per la memoria”, fu il responso degli scienziati britannici. Su un campione di 75 volontari, i soli 25 che avevano masticato gomma durante l’esperimento mostravano “memoria breve e a lungo termine superiore del 35 per cento” rispetto a chi aveva solo mimato il gesto e a chi non aveva fatto nulla. Lo studio era finanziato, visto che si parla di memoria giova ricordarlo, da un’azienda produttrice di dolcificanti.
Un ricercatore americano della Mayo Clinic, James Levine, è andato oltre: ha avuto l’idea di calcolare quante calorie si bruciano masticando un chewingum. Arruolati sette temerari volontari, li ha costretti a masticare al ritmo di un metronomo: cento masticate al minuto, per dodici minuti. Il risultato ottenuto ha confermato la sua intuizione, nata dall’osservazione  dei ruminanti che bruciano circa il 20 per cento del loro introito calorico grazie proprio alla masticazione. Anche il metabolismo umano, grazie al chewingum, aumenterebbe del 20 per cento per un consumo di 11 calorie all’ora. “Dieci chili in dodici gomme (al giorno)” potrebbe presto fare la comparsa sul grande schermo.
Come per tutte le invenzioni, anche nel caso delle gomme da masticare, insieme alla gioia per i denti e il palato (e il fatturato delle aziende: 700 milioni di euro solo l’italiana Perfetti), sono arrivati i dolori. E non sono pochi. Ai primi posti in classifica il massacro delle più elementari regole della buona educazione. Sulla gomma da masticare sono rimasti “incollati” anche personaggi famosi. Romina Power, ma non è la sola, in un servizio tv sull’inaugurazione di una sua mostra, continuò a masticare gomma americana anche mentre rispondeva alle domande del giornalista, suscitando non poche critiche. C’è chi mastica tenendo la bocca aperta, chi lo fa mentre parla con qualcuno, chi la sputa, chi l’attacca sotto il banco di scuola.
Ma il problema più grave è un altro: il chewingum, se non si presta attenzione, diventa un pericoloso nemico dell’ambiente. Le gomme masticate, infatti, impiegano cinque anni per decomporsi e impiastrando marciapiedi, muri, monumenti, incorporano uno sporco di difficile rimozione. In Piazza Tienanmen, a Pechino, i soldati cinesi hanno dovuto staccarne uno ad uno 600 mila, mentre Singapore ne ha vietato l’uso (tranne che ai turisti) e l’Irlanda ha calcolato che il 28 per cento dell’immondizia che insozza le strade è proprio costituita da chewingum. Anche Londra ha fatto i suoi calcoli: oltre 300 mila chewingum finiscono sui marciapiedi della sola Oxford Street. E gli italiani? Come sempre, ci siamo attrezzati alla nostra maniera: mentre Cicciano, nel napoletano, è stato il primo comune in Italia a prevedere una multa fino a 200 euro per chi sporca con il chewingum, all’estero siamo famosi perché un’azienda tricolore è stata chiamata a ripulire dalle gomme la città di Valparaiso (Cile), dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità, dove ci sarebbe una media di otto chewingum per ogni due metri quadrati di marciapiede. Ma non godiamo delle sciagure altrui: secondo uno studio, dei giovani italiani tra i 14 e i 21 anni, il 61 per cento getta la gomma da masticare per terra. La media europea è del 38 per cento.